OASI
SPETTACOLI

OASI
ideazione Consuelo Battiston e Gianni Farina in collaborazione con Alessandro Renda
con Consuelo Battiston e Alessandro Renda
testo, regia, luce Gianni Farina
suono Francesco Tedde
scenografie Andrea Montesi
scenotecnica Gianni Farina, Andrea Montesi, Francesco Tedde
costumi Consuelo Battiston, Claudio Ricciardelli, Elisa Alberghi
consulenza Alex Giuzio
grafica Paolo Banzola
organizzazione Andrea Martelli e Marco Molduzzi
amministrazione Marco Molduzzi e Stefano Toma
grazie a Massimiliano Costa, Sabrina Farina, Cetti Sardina, Luca Mugellesi
produzione Menoventi/E Production, Albe/Ravenna Teatro
con il sostegno del Comune di Ravenna nell’ambito del progetto europeo Interreg ACTION
in collaborazione con Ateliersi
prima nazionale: Ravenna, Teatro Rasi, 30 settembre 2026
Abitiamo un’oasi che riusciamo a percepire solo quando alza la voce, o quando abbassiamo la nostra: un tornado, un’estate che non finisce, oppure il quarto d’ora in cui ci fermiamo a osservare come si muove e respira tutto ciò che non è umano.
Quest’oasi è la pellicola di aria, acqua e suolo in cui si intreccia tutta la vita che conosciamo: pochi chilometri, schiacciati fra il gelido vuoto dello spazio e il rovente mantello della Terra. È il territorio che ci ospita e che abbiamo preso l’abitudine di chiamare ‘paesaggio’, come se fosse il fondale decorato delle nostre imprese. Ma non è uno sfondo: è una zona critica e vitale, che si trasforma insieme a noi. È la nostra casa, l’unica oasi in cui possiamo vivere.
E un’oasi, si sa, può essere un miraggio. La nostra attenzione si è formata in milioni di anni per rispondere agli stimoli di ciò che ha un volto, un tempo e un luogo; di fronte a una minaccia lenta e diffusa preferiamo rinviare, distrarci, rifugiarci in un sollievo immediato. La nostra ragione vede acqua dove non ce n’è e non riesce a scrutare l’oceano che penetra le città. È la crisi dentro la crisi: non soltanto il clima e la biodiversità, ma il modo in cui la mente nasconde ciò che non riesce a contenere.
Il riscaldamento del pianeta, del resto, è troppo vasto per entrare in una sola immagine. Si presenta sempre a frammenti e sfugge alle semplificazioni. Oasi tenta di tracciarne il profilo disponendo alcuni pezzi uno accanto all’altro, cercando di metterli in relazione e di farli interagire. Come in un ecosistema, le scene dello spettacolo restano distinte ma coabitano dentro uno stesso ambiente: uno strano rituale atmosferico.
Due elettrosciamani hanno convocano gli spettatori per consegnargli le visioni che l’Oasi ha mostrato loro. Anche ciò che non è umano può essere evocato, osservato, può indicare una via. Qual è la voce dell’atmosfera? L’aria conduce il suono, ma ci sembra muta. Possiamo forse cogliere qualche parola nel fruscio delle foglie, e intuirne il volto nella forma cangiante di una nuvola, di un fiume, di un formicaio.
All’interno di questo rito aleggiano alcune domande: dove abitiamo? Da cosa dipendiamo? Chi sta consumando di più? Chi pagherà il conto dell’inevitabile transizione? Chi sopravviverà?
Ci sono inoltre le oasi naturali, che possiamo proteggere e studiare per imparare a difenderci dal cambiamento climatico. Alle foci dei fiumi il futuro si misura adesso: il mare penetra nelle falde, il sale si incunea nell’alveo e la terra sprofonda. Se la palude geopolitica riuscirà a guardare alle aree umide – i reni più efficaci del pianeta – forse capiremo come aprire un guado per attraversare questo tempo dominato da un’altra O.A.S.I.
Ovvero Arida Specie Incombe