L’eredità del tempo a Colpi di scena

Enrico Piergiacomi

 | Doppiozero | 

8 Ottobre 2021

Di tutti gli enigmi che attendono di essere decifrati nell’universo, nessuno è forse più enigmatico e indecifrabile del tempo. Facciamo esperienza ogni giorno del suo movimento e misuriamo ogni nostro atto secondo un metro temporale, e tuttavia ignoriamo che cosa sia questa entità che tanto pervade le nostre vite. A intensificare l’enigma è anche il problema del tempo che seguirà alla nostra morte, o che lasciamo in eredità, di cui è difficile capire la vera natura. Da un lato, esso non è nostro, perché sono i posteri a beneficiare dei nostri lasciti. Dall’altro lato, però, il tempo che lasciamo in eredità agli altri è anche quello che ci appartiene realmente, in quanto lo costruiamo e lo doniamo. Emerge un paradosso. Ciò che lasciamo in eredità ci appartiene e non ci appartiene, il che si ripercuote sulla nozione generale del tempo, che ora pare esistere e ora non-essere.
Mi pare possa essere questo uno dei fili conduttori che annoda quattro dei lavori della vetrina della rassegna teatrale Colpi di scena di Forlì (dal 30 settembre al 2 ottobre 2021), organizzata dal centro di produzione Accademia perduta Romagna Teatro. Ciascuna di queste proposte artistiche si pone in modi diversi, infatti, la questione di cosa lasciare in eredità ai posteri, o di come organizzare al presente il tempo di cui altri beneficeranno in futuro prossimo o remoto.[…]

Veniamo così al terzo lavoro, Il defunto amava i pettegolezzi di Menoventi (2 ottobre, Teatro Diego Fabbri di Forlì), che ha avuto una lunga gestazione e ha passato varie tappe, dallo studio teatrale alla conferenza scientifica, passando per un reading radiofonico, fino ad arrivare allo spettacolo attuale. La versione finale è una rappresentazione degli ultimi giorni di Majakovskij, che, come è noto, morì il 14 aprile 1930 per un colpo di pistola, non è chiaro se per mano altrui, o per un suicidio istigato dai contemporanei (forse dall’amante Nora che rifiutò di andare a vivere con lui, forse dai suoi falsi e gretti colleghi rivoluzionari). Questo ‘caso’ apre una complessa riflessione sull’eredità del tempo, che ha una duplice direzione.
Da un lato, il lavoro è un saggio biografico-romanzato sull’ossessione che il poeta russo ebbe verso la posterità. La fonte principale è rappresentata dal romanzo-inchiesta di Serena Vitale, da cui lo spettacolo di Menoventi trae il titolo. Poiché il suo genio non riceve i dovuti riconoscimenti da parte dei suoi contemporanei, Majakovskij decide di parlare nelle proprie opere ai posteri, o agli uomini e alle donne del futuro, rivolgendo loro allocuzioni, inviti alla rivoluzione, persino preghiere a resuscitarlo con la tecnologia avanzata che crede un giorno verrà scoperta. Ma il poeta parla anche di sé come un uomo già morto, visto che costella i suoi versi di riflessioni sul suicidio e sull’idea che questo atto è possibile solo a noi esseri umani – scrive, infatti, che i cavalli non si suicidano perché non hanno linguaggio, quindi non possono istigarsi ad ammazzarsi con “franche spiegazioni” nei rapporti professionali e amorosi. Il suo presente è simile all’erma di un Giano bifronte: la testa volta a sinistra osserva un uomo defunto, quella a destra si contempla come un poeta immortale. O ancora, esso è prossimo alla condizione esistenziale del gatto di Schrödinger. Majakovskij è insieme vivo e morto, a seconda dell’universo che si prende a referente. Rispetto ai posteri, egli vive; rispetto ai contemporanei, è un grumo di carne in avanzato stadio di decomposizione.
Ora, però, in quale dei due universi ci troviamo? Questa domanda imprime al lavoro di Menoventi la seconda direzione sulla riflessione sul tempo di cui parlavo poco fa, perché la risposta è: impossibile saperlo. Majakovskij fu, infatti, un viaggiatore del tempo, sospeso tra passato, presente e futuro, almeno grazie alla sua creazione poetica. A indagare la sua misteriosa fine è del resto la Donna Fosforescente, ossia il personaggio della penultima opera teatrale scritta dal poeta (Il bagno, 1929), che torna dal 2030 per appurare che cosa successe davvero nella notte fatale del 14 aprile 1930. Quella che tuttavia dovrebbe essere una facile indagine per un essere di un futuro che ha inventato una tecnologia così avanzata da permettere i viaggi temporali si trasforma in un labirinto. La Donna Fosforescente incontra infinite soluzioni all’enigma, che è come dire che non ne trova nessuna. Il poeta forse era già morto, sicché l’apparente suicidio è l’eco fisica di una morte avvenuta prima del 1930. Forse qualcuno lo ha davvero ucciso al presente, ma i carnefici sono più d’uno, tanti quanti sono gli infiniti universi (= gli infiniti presenti) del cosmo. In uno è Majakovskij a uccidersi, in un altro la causa è Nora, e così via. Forse, infine, la morte del 1930 viene dal futuro, è organizzata dal poeta resuscitato nel 2030 per costruire una beffarda creazione artistica, con cui sovverte le leggi temporali e spaziali.
In tutto questo, una cosa è molto probabile. Gli uomini e le donne dei posteri a cui Majakovskij parla includono anche noi, a cui è lasciato in eredità il compito decifrare l’enigma. Riflettere sul “caso Majakovskij” significa ragionare sull’intrico del tempo, dove il confine tra passato, presente e futuro è sfumato, quasi vicino al nulla. È un’apparenza labirintica con cui si deve imparare a convivere.

Articolo originale su Doppiozero