«Everything and Nothing»

Daniele Rizzo

 | Persinsala | 

3 Ottobre 2021

Dall’esplorazione del suo funzionamento alla constatazione dei suoi limiti, l’ultima giornata di Colpi di Scena – Sguardo nel Contemporaneo presenta il “tutto” e il “niente” di cui è capace il teatro.[…]

Il defunto odiava i pettegolezzi, ultimo lavoro dei Menoventi, è invece la “ricostruzione” degli «ultimi giorni di vita di Majakovskji» tratta dall’omonimo romanzo di Serena Vitale ed è il momento conclusivo di un lungo percorso che, «dopo l’attuazione di formati che intrecciano diverse discipline (teatro-letteratura-radio-divulgazione scientifica) – dallo spettacolo teatrale alla mise en espace, dal reading all’incontro interdisciplinare, fino al radiodramma ospitato da Il Teatro di Rai Radio3 – […] approda allo spettacolo finale».

La caratteristica cifra stilistica della compagnia è evidentissima nel processo di smontaggio e montaggio del meccanismo teatrale attraverso il quale l’allestimento si piega e dispiega sul palco (e anche oltre di esso, considerando i rumori del pubblico sovietico “rievocato” con risate, rimbrotti, buu) e dà vita a uno sconcertante gioco di “concomitanza” nei termini della libera associazione che si instaura tra quanto di conosciuto e quanto di sconosciuto è ormai storicamente emerso della vicenda – anche in seguito allo studio da parte di Vitale dei documenti d’epoca disponibili con l’apertura degli archivi del 1991 (verbali e pettegolezzi compresi).

La teatralizzazione di dinamiche – che i Menoventi e Vitali immaginano – epocali («raccontare la fine di una generazione straordinaria») e personali prende dunque forma nel “chiasma” di ciò che è visibile e di ciò che è invisibile nella e per la conoscenza storica, nelle relazioni spezzate tra Majakovskij, Lili, Jansin, Nora e gli altri (eccellenti tutte le interpretazioni) e nella complessità delle forze rivoluzionarie entro le quali vivevano (quella bolscevica, di poesie “tradite” e di pubblici “strumentalizzati”, ma anche quella teatrale del Teatro dell’Arte di Stanislavskij e della Biomeccanica di Mejerchol’d incarnata nei registri recitativi).

Il rapporto tra Majakovskij e la sua epoca fu e continua a essere controverso (si spiega forse così il suo biglietto di commiato dedicato «A tutti»?) ed è proprio per restituirne l’essenziale reciprocità e complementarietà che la simultaneità delle quattro linee narrative concepite da Battiston e Farina (L’interrogatorio, La camera, Il teatro, Il bagno) si sviluppa in un rincorrersi contemporaneamente diacronico e sincronico. Se i dettagli dei vari loop cambiano lievemente, la sostanza ne risulta comunque sconvolta: la Donna dallo splendido costume fosforescente – che parla in versi ed è stata inviata dal poeta direttamente dal passato – è un’appassionata e spettrale “maestra di sala” che, in alcuni momenti, si intestardisce sui particolari delle prospettive dei diversi testimoni, mettendone in pausa i vari interrogatori o riavvolgendo direttamente il nastro del tempo, mentre in altri parla alla platea (anche) per legittimare la propria paradossale presenza.

La passività di quanto immutabile nel passato è ormai accaduto diviene “motore” della “attività” scenica del presente e Il defunto odiava i pettegolezzi giunge a rap-presentare la specularità di una “unica” realtà che, andando dal palco alla platea in virtù di una inaudita padronanza dei sincronismi scenici e dei ritmi performativi, provoca l’epifania di un contenuto di verità che, a seconda dello sguardo di ogni astante, si fa paradossalmente privato rispetto alle domande: chi e perché ha ucciso il poeta?

Nonostante si intravedano margini operativi nella gestione dei “vuoti” performativi, sia palese la maggiore “attenzione” prestata alla partitura narrativa (almeno in relazione alla ricerca estetico-artistica di Perdere la faccia o La vita agra del dottor F.) e la dimensione politica del poeta rimanga un po’ ai margini, la maturità raggiunta con Il defunto odiava i pettegolezzi in termini di complessità dell’ideazione e di limpidezza della realizzazione lascia chiaramente intravedere la statura di una compagnia nata nella piccola Faenza e ormai meritevole di riconoscimento a livello planetario.

Rispetto a cotanta audacia, l’edizione zero di Sguardo nel Contemporaneo affida la propria conclusione a uno spettacolo esattamente agli antipodi, Anteprima Semmelweis, una «creazione scenica» liberamente tratta dal tesi che Céline, nel 1924, «dedicò alla vita di uno degli eroi scientifici dell’Ottocento: Ignac Fulop Semmelweis». In uno spazio scenico presentato come «essenziale», Marco Foschi drammatizza vocalmente la lettura della vicenda, prima rimanendo in piedi, poi sedendosi in una sorta di “cubo” radiofonico e infine stendendosi su uno pseudo-letto di dissezione anatomica. Peccato che la scarnificazione del processo drammaturgico, la nullificazione attoriale e l’affidamento della «creazione scenica» esclusivamente allo strumento vocale abbiano restituito la percezione più di un audiolibro da ascoltare, che quella di un evento teatrale da esperire.

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