Foto di Olimpio Mazzorana

“Invisibilmente” di Menoventi. Geniale comicità che riflette sull’essere liberi

Emanuela Giorgianni

 | Tempostretto | 

24 Luglio 2021

Appena entrati nella magica atmosfera dell’Area Iris, una maschera stacca il biglietto, l’altra offre due noccioline: “Non si mangiano, servono per il finale a sorpresa” ammonisce. Il pubblico ancora non lo sa, ma lo spettacolo è già iniziato.

È “Invisibilmente”, della compagnia Menoventi di Ravenna; scritto da Consuelo Battiston, Alessandro Miele (i due interpreti) e Gianni Farina (il regista). Spettacolo finalista del Premio Vertigine 2010, porta surreale comicità e geniali espedienti artistici all’interno del cartellone del Cortile Teatro Festival.

Due malcapitate maschere e i problemi tecnici

Uno schermo sullo sfondo dice “Benvenuti”, la musica si fa incalzante, le luci vanno e vengono, il clima diventa sempre più teso. La stessa maschera delle noccioline sale incerta e imbarazzata sul palco per presentare lo spettacolo, invita il pubblico a spegnere i telefoni e augura una buona visione.

Le luci si abbassano, sullo schermo compaiono nuove battute: “Hanno detto di prendere tempo”. “Cosa devo fare?”. “Facciamo i ringraziamenti”. Le due maschere sono, ancora, ai lati della platea e bisbigliano tra loro. Decidono di salire sul palco, si scusano con il pubblico per dei problemi tecnici e ringraziano il Cortile, l’Area Iris e tutti coloro i quali hanno reso possibile l’evento.

Sullo schermo alle loro spalle continua ad essere proiettata ciascuna dello loro parole. Il pubblico inizia, perciò, a sospettare che niente sia come sembra.

Rendersi invisibili dinanzi agli occhi di tutti

Le due maschere scendono, nuovamente, dal palco, ma i problemi tecnici persistono e sono costrette a risalire. Incastrate in questa situazione, tutto ciò che desiderano è fuggire, scomparire senza che nessuno se ne accorga, rendersi invisibili dinanzi agli occhi di tutti. Che sia dondolando da una parte all’altra o canticchiando la canzone dei due elefanti, i loro tentativi di fuga non vanno a buon fine. Non possono far altro, dunque, che continuare ad intrattenere il pubblico nell’attesa dello spettacolo, di cui rivelano che il finale a sorpresa sarà con un elefante. Spettacolo che, però, non comincerà mai.

Non riuscendo a rendersi invisibili; i due si accorgono, poi, delle battute sullo schermo alle loro spalle. Pensano siano i sovratitoli per lo spettacolo ma, ben presto, realizzano essere, invece, la trascrizione delle loro parole ogni volta che vengono pronunciate. Tentano di non essere più prevedibili per lo schermo: sussurrano, si muovono in maniera inconsulta. Ma lo schermo sa tutto, descrive esattamente ogni loro azione.

Le loro risa si trasformano in dramma e le due maschere si arrendono, si abbandonano a questa rete che li intrappola, la sola ad essere realmente invisibile.
Finché, per poter terminare lo spettacolo, saranno loro stessi a mimare l’elefante del finale, che il pubblico colpisce con le arachidi ricevute.

Gioco di surreale comicità

Uno spettacolo che nasce con il desiderio di rappresentare il giudizio universale, di riflettere sulla rivelazione. “Ci serviva un elefante e la produzione si è ostinata a non volerlo acquistare. Quindi abbiamo fatto un’altra cosa» rivelano i Menoventi. E, così, a partire da una loro improvvisazione, nasce “Invisibilmente” e il suo gioco tra teatro e realtà, fatto di estrema libertà espressiva, surreale comicità derivata dall’espediente dei problemi tecnici, toni e attese che richiamano quelli del Teatro dell’assurdo, in un linguaggio, però, unico, originale e innovativo.

Siamo liberi?

Dietro questa atmosfera assurdamente ironica si cela un messaggio importante, nella strada verso il quale ci conduce l’eccezionale mimica dei due interpreti, che dal sorriso passano alla disperazione, dalla sorpresa alla tensione, gradualmente ma di continuo.

“Invisibilmente” riflette sull’idea dell’essere osservati costantemente, in attesa di un giudizio, con un dito puntato contro. E ci può essere libertà a queste condizioni? Le due maschere si pensano libere ma questa loro consapevolezza traballa poco a poco.

Lo spettatore crede di essere fuori da tale meccanismo, giudice del folle scherzo nel quale i protagonisti sono incappati. Ma, invece, non ne è estraneo: lo schermo osserva anche lui, sa quando ride, quando applaude, quando sbadiglia, quando lancerà le noccioline. Il pubblico carnefice che ride delle due maschere è in realtà la prima vittima. Proprio al termine dello spettacolo, mentre lo spettatore lancia sul palco le sue arachidi, si domanda quanto ciò cui ha assistito riguardi solo le due maschere, o anche lui in prima persona. Quanto siamo liberi? Lo siamo davvero? Non si erge alle spalle di tutti noi un ancora più grande schermo? Sempre visibili a tutti, perennemente alle mercé dell’approvazione altrui, siamo rimasti invisibili solo a noi stessi.

Il pubblico come personaggio

Per questo non sono solo Battiston e Miele i due personaggi dello spettacolo ma il pubblico tutto, componente attiva e partecipe, fondamentale per la riuscita dello spettacolo, con il quale i due attori interagiscono continuamente.

Lo schermo vero protagonista

Ed è proprio lo schermo il vero protagonista, protagonista ma anche regista, giudice esterno, orwelliano Grande Fratello che tutto sa e osserva, e unico vincitore. E se abbiamo difficoltà a distinguere tra verità e finzione nello spettacolo è perché proprio questa realtà, che era soltanto distopica ai tempi di 1984 di George Orwell, adesso stiamo vivendo davvero.

Le risate, che accompagnano tutti i 40 minuti dello spettacolo – non spettacolo, rendono sempre più visibile, senza tragicità ma con forza, questa importante riflessione sulla libertà e insegnano anche un’altra lezione: mai fidarsi di una maschera che offre arachidi!

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