
Menoventi, «la crisi climatica ha cambiato il nostro teatro»
Intervista alla compagnia sul nuovo spettacolo «Oasi», che debutterà il 30 settembre al Rasi di Ravenna. Un «iperoggetto», l’alluvione di Faenza del 2023, la soglia delle responsabilità
Alex Giuzio |
il manifesto |
27/09/2026
«La crisi climatica è talmente grande e complessa che non si può vedere tutta insieme. Il filosofo Timothy Morton la definisce un “iperoggetto”. Perciò l’abbiamo spezzettata in tanti frammenti che restituiremo sul palcoscenico». Gianni Farina, regista della compagnia Menoventi, descrive così il suo nuovo spettacolo Oasi che debutterà il 30 settembre al Teatro Rasi di Ravenna dopo una residenza allo spazio bolognese di Ateliersi. Si tratta di un lavoro sull’emergenza ambientale, il collasso degli ecosistemi e l’impatto dell’homo sapiens sul pianeta. La rappresentazione è strutturata in più quadri uniti da un filo conduttore: «Due sciamani, interpretati da Consuelo Battiston e Alessandro Renda, accolgono gli spettatori a un rituale mistico per condividere alcune visioni sulla crisi ecologica», spiega Farina.
Le varie scene sono composte secondo la cifra stilistica di Menoventi, che utilizza il meccanismo del paradosso per mettere in discussione la percezione comune dei temi inquadrati dai suoi spettacoli. In questo caso si toccano grandi questioni collettive come il riscaldamento globale, l’inquinamento atmosferico e i legami tra specie viventi, ma anche i comportamenti individuali come gli acquisti compulsivi online e il fast fashion, restituendo il problema ecologico nella sua complessità. «Ma proprio perché il tema è enorme, abbiamo dovuto fare delle scelte», precisa il regista.
«LA CRISI CLIMATICA ci impone di decidere cosa difendere e cosa abbandonare per la nostra sopravvivenza. Allo stesso modo, a livello drammaturgico abbiamo sacrificato argomenti importanti come per esempio il ruolo degli allevamenti intensivi». L’intento non è affrontare ogni sfaccettatura della crisi climatica bensì evocarne l’atmosfera e rappresentare la condizione umana in questo momento storico.
Menoventi ha iniziato a lavorare sulle questioni ambientali nel 2024 con La cerimonia del fango, un rito teatrale collettivo allestito per il primo anniversario dell’alluvione del 16 maggio 2023 a Faenza, la città in cui risiede la compagnia. «Prima di quella tragedia, il nostro interesse artistico riguardava soprattutto i temi delle disuguaglianze e della manipolazione», racconta Farina. «Dopo l’alluvione è cambiato tutto. Assistere alla catastrofe davanti a casa nostra ha provocato uno scarto. I cataclismi ambientali avvengono in ogni parte del mondo, a tutti è capitato di guardare i video di questi disastri, ma subirli in prima persona è molto diverso. Purtroppo, finché non si vive una disgrazia sulla propria pelle, la maggior parte degli esseri umani non assume la stessa consapevolezza del problema». Dopo La cerimonia del fango c’è stato il desiderio di continuare a occuparsi della crisi climatica.
«ALL’INIZIO è stato agghiacciante, eravamo paralizzati: non sapevamo da che parte cominciare per affrontare una questione così vasta. Più leggevamo libri sull’argomento, più ci sentivamo schiacciati». Tra gli autori di maggiore ispirazione per il lavoro, riferisce Farina, «ci sono stati i saggi di Amitav Ghosh, Bruno Latour, Telmo Pievani, Matteo Motterlini e Matteo Meschiari», oltre al già citato Morton. «Ci ha aiutato molto anche la narrativa, a partire da un ciclo di romanzi non direttamente legati alla questione climatica, La saga di Terramare di Ursula Le Guin. Lo ha pubblicato tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta, non parla esplicitamente di ambiente ma ha comunque una grande sensibilità ecologista che ci ha offerto molti spunti. Più strettamente connessi ai temi ambientali, e altrettanto stimolanti, sono stati La trilogia di MaddAddam di Margaret Atwood e Gli uomini pesce di Wu Ming 1».
SULLO SFONDO dello spettacolo c’è la questione della responsabilità: «Ogni individuo contribuisce più o meno all’inquinamento, ma non è chiaro dove finisca il ruolo del singolo e inizi quello collettivo, di specie. Questo fatto richiama l’antico paradosso greco del sorite: due granelli di sabbia non fanno un mucchio, nemmeno cinque o dieci, ma a un certo punto cominciano a diventare un cumulo che può franare e provocare danni. Il problema è che è impossibile definire dove inizi quella soglia. Anche per questo, qualsiasi tipo di spettacolo per denunciare la crisi climatica può contenere delle contraddizioni etiche e sembrare inadeguato. Appena accendi un faretto inizi a consumare energia prodotta da fonti fossili che inquinano». In ogni caso, conclude Farina, «la responsabilità geopolitica è molto più grave rispetto a quella individuale. L’attuale situazione ambientale è conseguenza di precise scelte dei governi occidentali. Per questo occorre sempre ribadire che non si può risolvere la questione climatica senza pensare alle disuguaglianze sociali ed economiche».