Lo spettacolo e la libertà dello spettatore

Matteo Antonaci

 | teatroteatro.it | 

28 Settembre 2009

Es.Terni 2009: Intervista ai Menoventi

I Menoventi sono uno dei giovani gruppi teatrali che maggiormente cerca di stravolgere e ricostruire il concetto di drammaturgia. La loro singolarità è un rapporto del tutto particolare col pubblico, sempre chiamato in causa, sempre stimolato e portato alla reazione. In Postilla, il loro ultimo lavoro per una persona alla volta, i Menoventi danno completa libertà allo spettatore, rendendolo attore del loro stesso spettacolo.
Così Gianni Farina, Consuelo Battiston e Alessandro Miele, componenti del gruppo, ci raccontano la loro attività teatrale.

Come nasce il vostro progetto teatrale?
Giani Farina: Io e Consuelo, che avevamo già collaborato insieme, abbiamo incontrato Alessandro nel 2004, all’interno del corso Epidemie organizzato da Emilia Romagna Teatro e Ravenna Teatro e conclusosi con la produzione di Salmagundi per la regia di Marco Martinelli. Dopo due anni, nel Gennaio del 2006, abbiamo debuttato con In Festa, il nostro primo lavoro. Ci siamo trovati molto bene e abbiamo deciso di proseguire. In Festa era un tentativo di mettersi in gioco dal quale è nata la nostra compagnia. La caratteristica che distingue il nostro gruppo da altri è che Alessandro è di Pompei, io di Faenza e Consuelo di Pordenone. Insieme formiamo una retta che unisce il Sud-Est al Nord-Ovest della nostra nazione percorrendola interamente. Ognuno di noi è molto legato alle proprie radici culturali così le inseriamo nei nostri lavori. Partiamo da tre angoli opposti e questa diversità talvolta crea problemi. Eppure, quando riusciamo a trovare una sintesi, diviene una ricchezza.Il vostro gruppo mette in gioco nuove concezioni e forme di drammaturgia, in che modo lavorate su questo aspetto dei vostri spettacoli?Gianni Farina: Chiamiamo il nostro metodo di lavoro stocastico rubando il termine da Bateson. E’ un metodo di lavoro che include il casuale. Stocastico significa indirizzare le frecce verso un bersaglio, tirare con l’arco. Devi cercare di avere buona mira, ma è inevitabile che intervengano altri fattori totalmente casuali: il vento, la distanza, la costruzione della freccia… Il caso sposta continuamente il nostro bersaglio. Se la freccia che scocchiamo colpisce un bersaglio diverso e inaspettato ma che ci piace di più rispetto a quello che puntavamo in partenza, buttiamo via il primo e puntiamo il secondo. Postilla, ad esempio, è nato da una riflessione su Pinocchio, poi pian piano è divenuto altro e adesso non centra quasi più niente con questo testo.
Inizialmente abbiamo un’idea molto vaga del nostro lavoro; una piccola visione sulla quale iniziamo a lavorare direttamente in sala senza meditare nulla, improvvisiamo. L’improvvisazione dell’attore immette il caso nel circuito. E’ l’inconscio dell’attore a metterci in contatto col casuale. Facciamo una prima sessione di lavoro che può durare una settimana, due settimane o un mese e quindi ci fermiamo e cominciamo a studiare selezionando le cose che ci piacciono di più. Dopo questa seconda fase di studio c’è un’altra fase di lavoro in sala. Ma deve essere chiaro che studiamo a posteriori ciò che abbiamo fatto e non premeditiamo, procediamo così.

Consuelo, parlavamo dell’attore e tu sei la protagonista di Semiramis. Come hai costruito il tuo personaggio e in che maniera ti relazioni al pubblico attraverso questa costruzione?

Consuelo Battiston: In Semiramis lavoriamo su uno schema umano, su alcune qualità che potevano essere adatte a questo personaggio. Siccome ci sono solo io in scena e la protagonista evolve e cambia dovevamo cercare di raccontare uno sviluppo. Ma lo sviluppo di Semiramis è intrecciato allo svolgimento e agli accadimenti dello spettacolo.
Tutto il lavoro che ho fatto è partito dall’improvvisazione.

Che ruolo gioca la letteratura o il mito nei vostri lavori?

Gianni Farina: Nel lavoro post-sala, escludendo Semiramis che si basa su un’opera letteraria, andiamo a cercare dei riferimenti nella letteratura, nel cinema e nell’arte figurativa per capire cosa abbiamo improvvisato. Troviamo dei grossi aiuti. Per Postilla un testo fondamentale è il saggio di Hillman Il sogno e il mondo infero ma c’è anche il romanzo gotico, il cinema di Lynch, Pinocchio. Anche Invisibilmente si basa su degli scritti di Hillman e sulle poesie di Enzensberger che ritornano continuamente nei nostri lavori, quasi per caso.
Ma c’è anche molta fantascienza degli anni 50: Dick, Orwell, Huxley, Barbury, Sturgeon. Per Postilla inoltre ci siamo basati su una letteratura più dark: Poe, Kafka…

Il tema dark ritorna molto nei vostri lavori?

Gianni Farina: No, i nostri lavori sono molto diversi tra loro ma non perché vogliamo fare gli originali o tradirci di volta in volta.
Invisibilmente nasce da alcune improvvisazioni sul tema del giudizio universale. Abbiamo iniziato a dire cose divertentissime ed è nato uno spettacolo comico. Durante le prove di Postilla, invece, Consuelo e Alessandro hanno iniziato ad improvvisare facendo gli inquietanti e abbiamo continuato ad utilizzare queste atmosfere.

In questo modo cercate sempre di sorprendere lo spettatore?

Gianni Farina: No. Pochi giorni fa qui ad Es.Terni c’è stato un convegno che affrontava il tema della ricerca del nuovo, si diceva che forse non ha più senso una ricerca estenuata della novità. Io penso che sia vero. Noi non cerchiamo il nuovo a tutti i costi.

Consuelo Battiston: Forse cerchiamo solo di essere autentici con noi stessi! Rispetto alla direzione che prende il lavoro ci chiediamo sempre le motivazioni per cui scegliamo una strada piuttosto che un’altra, e soprattutto perché la strada scelta dovrebbe interessare e coinvolgere il pubblico.

Alessandro Miele: Oppure, molte volte, ci lasciamo andare al caso, proprio come dicevamo prima!

Il vostro rapporto col pubblico si basa sempre su una finzione: in Semiramis il pubblico è fintamente coinvolto nella scena per risultare poi specchio o allucinazione della protagonista stessa, in Postilla, ancora una volta, lo spettatore è fintamente libero di agire. Che scarto c’è tra questi lavori nella costruzione del rapporto con lo spettatore?

Gianni Farina: Partiamo da un’idea: il pubblico c’è. Un conto è offrirgli una realtà in cui si possa immedesimare, un altro è fargli sembrare che tutto potrebbe accadere anche in sua assenza e poi dirgli: “no, tu ci sei e io lo so!. E’ inutile far finta di niente!”

Alessandro Miele: Nel momento in cui questo meccanismo viene svelato e dichiarato cade il gioco della finzione, dimentichiamo che stiamo fingendo!

Consuelo Battiston: In questo modo inneschiamo il gioco dell’ambiguità. Ciò che è vero può sembrare falso e ciò che è falso può sembrare vero. Ieri, in una replica di Postilla è venuto un signore col quale è nato un rapporto molto speciale, poiché ha modificato il corso dello spettacolo. In più punti io stessa mi sono chiesta se ciò che facevamo fosse finzione o realtà.

Gianni Farina: In Semiramis il finto finale che stravolgerà il seguito dello spettacolo serve proprio per dichiarare questo meccanismo. La protagonista per un attimo sembra parlare col pubblico. Per un attimo lo spettatore esiste, crede di esistere. Poi Semiramis gli sottrae nuovamente questa certezza e il pubblico scopre di essere una semplice allucinazione.
Questo paradosso avviene anche in Invisibilmente e in Postilla.
In Invisibilemente due personaggi, due maschere che hanno appena presentato lo spettacolo, per sbaglio, rimangono intrappolati sul palco ed iniziano a parlare a bassa voce. Il loro dialogo è però sottotitolato su uno schermo montato alle loro spalle. Ad un certo punto, i due attori, si accorgono di questi sottotitoli, li leggono e vanno in loop. (C’è scritto…c’è scritto che c’è scritto che c’è scritto…) A quel punto c’è un’evoluzione nel magico meccanismo fantascientifico che li sta sottotitolando, per cui iniziano ad essere descritti anche i loro gesti e i loro pensieri. Per un’ulteriore evoluzione di questo meccanismo abbiamo studiato la reazione del pubblico in un processo di statistica. Facendo una determinata azione in scena al 90% gli spettatori reagiscono in un determinato modo. Dopo un paio di repliche possiamo descrivere ciò che fa il pubblico. Gli attori fanno una gaf tremenda, il pubblico scoppia a ridere e mentre compie quest’azione sullo schermo appare la scritta: “Il pubblico ride”. Ci sono delle azioni previste e lo spettacolo si conclude con la scritta “Anche il pubblico ha obbedito”.
Noi non puntiamo tutto il nostro lavoro sulla “finzione della finzione” o sulla realtà dell’accadimento estremo, la performance. Noi lavoriamo sui confini, sui dubbi. Lo spettatore in Postilla, ha delle libertà, ma sono reali?

Si tratta di una metafora del libero arbitrio?

Consuelo Battiston: Esatto! Volevamo fare uno spettacolo in cui il pubblico potesse essere completamente partecipe sin dall’inizio, dal momento in cui sceglie se vederlo o no!

Gianni Farina: Eppure, il processo che porta alla visione dello spettacolo, non avviene nella piena consapevolezza dello spettatore. Il pubblico decide, ma in maniera totalmente manipolata e inconsapevole.

Alessandro Miele: Ed è proprio per questo che, ogni tanto, qualcuno ci sfugge perché trova una falla nel sistema che noi abbiamo creato. A quel punto il nostro compito è quello di ricondurlo il più velocemente possibile all’interno dello spettacolo.

Gianni Farina: Ho letto da poco un libro bellissimo di Gabriele Costa, uno studioso di linguistica. Parla degli scarti di livello di pensiero teorizzati da Bateson. Fa un esempio molto calzante: quando dei bambini sono immersi in un gioco riescono ad estraniarsi completamente dalla realtà. Il gioco diviene la realtà. Quando un adulto si inserisce nel loro mondo, ad esempio chiamandoli o gridando, i bambini inglobano la frase dell’adulto nel loro gioco e non gli danno retta. Non riescono a capire che ciò che dice l’adulto non è gioco ma realtà. Questo confine è presente anche nei nostri spettacoli. Noi inglobiamo il pubblico nel gioco e ciò che viene dopo, il confine che si riesce a creare – troppo difficile da descrivere a parole – è simile a quello sperimentato dai bambini.

Qual’è il vostro rapporto con Es.Terni?

Gianni Farina: Durante le prime prove di Semiramis abbiamo mandato il materiale ad Es.Terni. Così abbiamo vinto il bando Dimora Fragile e avuto l’opportunità di avere una residenza piuttosto lunga qui a Terni. Ci siamo trovati molto bene e siamo stati invitati anche l’anno successivo. Il terzo anno abbiamo vinto il Premio Extra come secondi classificati. Il premio consisteva nuovamente in un mese di residenza a Terni e così siamo tornati.
Es.Terni ci ha quindi invitato a partecipare al bando Nuove Creatività dell’Eti, e insieme siamo riusciti a vincerlo. Insomma, volenti o nolenti siamo sempre qua. Si tratta di un rapporto di vecchia data che continua sia per la nostra volontà che per pura casualità.
Quest’anno, purtroppo, il festival ha grosse difficoltà economiche, speriamo che nel futuro vada meglio, ma la situazione italiana, ormai, la conosciamo un po’ tutti.

 

 

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