L’INCIDENTE E’ CHIUSO

Alessandro Iachino Stratagemmi 12/08/2020

LA SCOMMESSA DI KILOWATT

(Italiano) […] Verità ed eternità sono, d’altro canto, tra i fulcri concettuali di L’incidente è chiuso, lavoro di Menoventi presentato nello spazio del Chiostro di San Francesco e prima tappa di un progetto triennale dedicato a Vladimir Majakovskij. Tratta dal romanzo-inchiesta di Serena Vitale Il defunto odiava i pettegolezzi, la creazione diretta da Gianni Farina prende le mosse dall’enigmatico suicidio del poeta sovietico, e da esso istantaneamente si allontana, trasformando un’indagine “di genere”, quasi un giallo teatrale, in un sofisticato gioco drammaturgico e filosofico. Non c’è soluzione al mistero che dal 14 aprile 1930 appassiona storici, lettori e letterati: a esplodere il proiettile che squarciò il cuore di Majakovskij fu la sua amante Polonskaja, o forse un agente della polizia politica di Stalin; si trattò di istigazione al suicidio, dell’esito drammatico di una tossica relazione d’amore, oppure di un gesto con il quale consegnarsi a una fama imperitura.

Certe sono invece le contraddizioni nelle testimonianze, soprattutto tra quella rilasciata da Polonskaja subito dopo la scoperta del cadavere e quella fornita a otto anni di distanza dal fatto: Federica Garavaglia alterna così toni e posture, nel vertiginoso susseguirsi di situazioni temporali che ne fanno ora una piagnucolosa e indecisa attricetta, ora una sfrontata signora borghese. A condurre tanto l’interrogatorio del 1930 quanto l’intervista del 1938 è sempre Consuelo Battiston, volto e voce di algido rigore, apparsa dal futuro remoto nel quale Majakovskij immaginò la vicenda di Banja. Da quello sfortunato dramma – una corrosiva satira del mondo stalinista, funestata da critiche e insuccessi, il cui centro tematico era rappresentato da una macchina del tempo – Battiston è catapultata nel presente di Sansepolcro e negli anni trenta di Mosca: è lei, estranea dal trucco fluo e dall’abito bianco sul quale scorrono traiettorie arancioni rese luminescenti dalle lampade di Wood, ad accompagnare gli spettatori in un’indagine sulla scomparsa del poeta e su un mondo destinato al collasso. La società sovietica è incapace di comprendere la fragilità e il genio di Vladimir, al punto che a risuonare nello spazio del chiostro sono, alle nostre spalle, le risate con cui vennero accolte le intuizioni politiche di Majakovskij, pronunciate cinque giorni prima della morte in una conferenza pubblica e qui affidate alla voce di Mauro Milone.

Al suo corpo, invece, spetta il compito di franare a terra, di crollare ancora e sempre in proscenio, un istante dopo lo sparo, in un re-enactment della morte del poeta che affida all’oggi la sua vita, la sua inattualità. Tuttavia, nel divertissement delle reiterazioni sceniche e verbali, nel vertiginoso andirivieni tra date ed eventi che a tratti sembra comprimere le qualità attoriali del gruppo, i Menoventi non soltanto proiettano nella contemporaneità il magistero di Majakovskij, ma soprattutto proseguono ad agire lungo il crinale che separa l’implosione della trama dal suo dipanarsi, il dispositivo dalla drammaturgia. Se già in Docile il racconto sembrava, pur nel suo criptico sfrangiarsi, limitare o sostituire la dissoluzione della narrazione, con L’incidente è chiuso il conflitto tra linearità della vicenda e sua metamorfosi in ingranaggio trova nuova linfa nel ricorso agli stilemi del noir: le ricostruzioni possibili, potenzialmente infinite, dell’istante della morte; la messa in luce delle aporie nelle testimonianze, condotta con acribia giornalistica; la preminenza scenica affidata al cadavere. E il tempo – gli inciampi e i ritardi, le accelerazioni e le stasi – appare chiaramente come la chiave formale grazie alla quale forzare, una volta ancora, le serrature del teatro. Così da far sembrare vicina, umanissima, la conquista dell’eternità.

Alla fine (violenta) del celebre cantore della Rivoluzione d’Ottobre Vladímir Majakóvskij, Menoventi dedica un composito progetto scenico, che di quella vita – e di quella morte – restituisce linguisticamente l’intricata ricchezza.
Come consuetudine del duo Battiston-Farina, obiettivo della proposizione scenica non è tanto quello puramente storico-documentaristico quanto l’ingaggiare – mediante un dispositivo scenico che costantemente oscilla tra naturalismo e stilizzazione – una sottile partita a scacchi con l’intelligenza e la percezione dello spettatore. Punto di partenza: l’esposizione di un fatto. In questo caso il suicidio di Majakóvskij, indagato con attitudine poliziesca. In questo incidente paiono affatto efficaci alcuni espedienti messi in atto per raffreddare una materia tanto tragica: dalla figura marziana, narrante e interrogante (Battiston) disumanizzata da numerosi segni fosforescenti alle risate in stereofonia che punteggiano e dileggiano l’accorato discorso di Majakóvskij, da sezioni di testo con smaccate rime baciate a un’esatta partitura di contrappunti sonori sintetici, a rendere sincopato e innaturale lo svolgersi del dramma. In questo allestimento tornano temi e stilemi di precedenti creazioni dell’ensemble, tra cui l’esatta tessitura di repentini quanto spiazzanti scarti temporali e le millimetriche ripetizioni di frammenti testuali e brevi scene, ponendo in evidenza la finzione teatrale. La figura di Consuelo Battiston, ancora una volta in relazione di gelida estraneità-superiorità rispetto ai personaggi in scena, affianca ai caratteri spigolosi già espressi in altri allestimenti nuove sfumature e inedite composizioni plastiche e cinetiche, che a tratti evocano certe figurazioni del celebre Balletto Triadico di Oskar Schlemmer.