C’era una volta, forse c’è ancora

Veglia

Francesca Rallo | 

stratagemmi.it | 

05/02/2026

E all’improvviso, quasi come un rito catartico condiviso, officiamo la finta morte di uno spettatore. «Come vorresti essere ricordato?» si rivolge alla malcapitata vittima l’incarnazione della morte, di nero vestita. «Curioso? Mi piace come aggettivo». Sul pavimento è già tutto imbandito: una coperta a forma di bara si dispiega sulle assi di legno, circondata da ceri e delicati omaggi floreali, mentre canti di cordoglio si innalzano per ricordare il povero non-scomparso che assiste, tra il serio e il faceto, all’omelia recitata in sua memoria. Non capita a molti di poter raccontare di aver assistito al proprio funerale. Ma si sa, siamo a teatro, dove realtà e finzione sembrano rincorrersi nel vano tentativo di decidere a chi spetti adesso primeggiare.

È così che la sventurata vittima di questo siparietto viene celebrata – suo malgrado – il 12 dicembre del 2025, giorno in cui il Lavoratorio ha ospitato sul suo palco Veglia, la performance di e con Menoventi pronti a festeggiare il ventennale della propria attività artistica. Gianni Farina torna nello spazio diretto da Andrea Macaluso, questa volta in veste di attore e non solo di regista come invece fu per Entertainment. Al suo fianco troviamo Consuelo Battiston – co-fondatrice dei Menoventi – e Lorenzo Meazzini, in arte MUNI, autore delle musiche live per la tappa fiorentina. E la musica, infatti, non è un semplice adattamento ma un vero e proprio motore drammaturgico, un tessuto sonoro che si intreccia con ciò che accade in scena. Il sound ricorre a note più delicate quando accompagna il racconto di una storia, per poi mutare in un ritmo più deciso, quasi elettrico, nel flusso degli eventi. Così ogni passaggio si trasforma in un’esperienza immersiva. Un connubio che si fa ancora più interessante per il contrasto tra melodie contemporanee e storie dal sapore millenario. Seduti intorno alle braci di un fuoco a LED, ma non meno incandescente, condividiamo insieme ai tre performer una serata in cui ci interroghiamo sul significato della parola “veglia”: veglia funebre, veglia come stato vigile, veglia come il piacere dello stare insieme.

Il dizionario potrebbe offrire significati diversi a una parola che nella nostra quotidianità incontriamo spesso ma su cui forse non ci siamo mai soffermati adeguatamente. Lo spettacolo prende spunto dai racconti di Jean-Claude Carrière contenuti ne Il circolo dei cantastorie, storielle che traevano spunto dagli innumerevoli viaggi del suo autore. I performer aprono la scena narrando storie di ambientazione mediorientale, e assumono di volta in volta le vesti dei protagonisti delle vicende che condividono con il pubblico. Gli spettatori, come ne Le mille e una notte, attendono che le variegate vicende si dispieghino davanti a loro. Sono storie che parlano del valore della libertà per un uccello in gabbia, o di strani fantasmi che danno consigli sbagliati, o ancora di verità brutte e invecchiate, perse in grotte nascoste e inaccessibili. Una volta la veglia era vissuta nell’intimità delle case, quando una piccola comunità si riuniva per chiacchierare, per condividere aneddoti e memorie al termine delle lunghe giornate di lavoro. C’era una volta quindi, ma forse c’è ancora. Proprio su questo ritorno alle origini sembrano giocare Farina e Battiston, vivificando un passato simile a un futuro possibile.

Ma Veglia non è solo racconti: è risate, giochi e intermezzi. Le storie che sentiamo fanno da cornice a momenti di riflessione sociologica. Diventano un ponte, un tramite per indagare il significato di ciò che viene messo in scena. È in questo passaggio che il pubblico viene coinvolto, così da esplorare la varietà dei temi proposti. Attraverso momenti ludici, Menoventi si confronta con lo spettatore, strumento nelle mani dei due artisti da modellare alla stregua di morbida creta. Farina e Battiston si divertono con lui, lo interpellano, lo coinvolgono. A volte lavorano sul singolo individuo, altre volte sull’intera platea, trasformando i presenti in co-protagonisti della performance. A simboleggiare concretamente questo coinvolgimento è il primo gioco della serata. In quella che ricorda una moderna versione di Pronto, Raffella? i presenti sono tenuti ad indovinare quanti fagioli racchiuda un barattolo. No, non siamo in un quiz-show di Rai 1 – anche se la prova che si prospetta davanti ai nostri occhi sembra proprio uscita da un qualche gioco televisivo – ma ci troviamo ancora nell’accogliente ambiente del Lavoratorio. Il richiamo al passato emerge, dunque, anche durante i giochi, quando lo spettatore  a casa era solito sintonizzarsi sulle reti televisive per divertirsi con i presentatori e a suo modo diventava per un attimo il protagonista della trasmissione. Forse è un passato di cui sentiamo la mancanza perché, proprio come il nostro cantuccio intorno al fuoco, non aveva le sembianze terrifiche dell’ignoto. Ma, così come non può esistere spettacolo senza teatranti, può esistere gioco senza premio? Il vincitore potrà portarsi a casa niente di meno che il barattolo con tutti i fagioli al suo interno.

La performance si costruisce così su un’alternanza continua tra narrazione e gioco scenico; tra improvvisazione e copione scritto. Questo susseguirsi non omogeneo delle varie sequenze è realizzato in modo armonico e coerente. Non assistiamo a quel brusco risveglio che dalla narrazione di una favola ci riporta al mondo reale: Veglia è innanzitutto condivisione, uno spazio collettivo e protetto, dove raccontare, osservare e ridere insieme. Il finto fuoco che brilla ancora in mezzo alla scena, archetipo per antonomasia, è il cuore pulsante dello spettacolo. Le sue braci artificiali evocano un richiamo alle origini e bastano da sole a definire l’intero spazio, senza bisogno di ulteriori orpelli. L’atmosfera intorno a cui ruota il coinvolgimento dello spettatore appare sempre ilare anche quando si sondano temi dalle sfumature più cupe. Sono le dinamiche che si creano in questo contesto a rivelare coma la potenza di una risata sia catartica, quanto la condivisione possa essere una panacea, e come si possano rendere sopportabili persino gli scenari più oscuri. Il protagonista? Non esiste. Non solo perché i protagonisti ritratti nei mille racconti di Gianni e Consuelo cambiano vesti e volti, ma anche perché il palco non fa distinzioni: quando giochi con lui ti trasforma in performer, anche se non lo avevi previsto.

Un secondo momento che chiama la partecipazione del pubblico scruta quanto sia più proficuo collaborare: «Perchè nel Paradiso Cinese non si soffre la fame?» chiede Battiston «Perché le persone hanno imparato a imboccarsi a vicenda». Scoppia una risata, ma l’indovinello restituisce l’immagine di un mondo sempre più votato all’individualismo e alla ricerca del benessere personale. Per concludere, calici in mano pronti a un brindisi al nuovo anno che verrà. Ma lo spettacolo è davvero giunto alla sua conclusione o è solo un altro gioco dei Menoventi? Nessuno si muove, si avverte il desiderio di chi vorrebbe prolungare la festa nella goliardia di una serata che sembra giunta alle sue note conclusive prima del tempo. Ecco che a Gianni Farina e a Consuelo Battiston affiora il barlume di una nuova idea: se nessuno desidera che la festa finisca, allora che continui. Così il palco cambia ancora, muta veste ma non forma e diventa, come trasformato dalla bacchetta magica del protagonista di una delle storie appena udite, una pista da ballo. Farina improvvisa una danza, assumendo per un attimo il ruolo di coreografo, e gli spettatori lo seguono come topolini dietro un flauto magico. La musica di MUNI accompagna i nuovi ballerini, mentre Farina dirige i presenti come farebbe un maestro d’orchestra. L’improvvisazione ancora una volta diventa spettacolo, si fa spazio da un barlume di un’intuizione e acquista forma e ossatura. Laddove era solo un pensiero diventa concretezza e a suon di musica si trasforma nelle note conclusive della serata, questa volta decretando davvero la parola fine.