Docile

Renata Savo e Maria D'Ugo Scene contemporanee 14/03/2019

Intervista a Gianni Farina

in prima e unica data in Campania con “Docile”

Residenti a Faenza, in quella briosa terra che negli anni novanta ha assunto un ruolo centrale nello sviluppo della scena teatrale di ricerca italiana, la Romagna felix in cui sono cresciuti artisti come Fanny & Alexander, Motus, Masque Teatro e altri, che, come ha scritto Lorenzo Donati, «hanno costituito una precondizione per la formazione delle estetiche dei teatri successivi» (La terza avanguardia. Ortografie dell’ultima scena italiana. Culture teatrali 2015, a cura di S. Mei, La Casa Usher, pp. 69-86), i Menoventi arriveranno all’Auditorium del Centro Sociale di Salerno domani 15 marzo con il loro ultimo lavoro, Docile – leggi qui la recensione pubblicata qualche tempo fa dalla nostra Maria D’Ugo, che cura l’intervista al regista Gianni Farina di seguito -, in una prima e unica data in Campania, grazie a Vincenzo Albano/Erre Teatro, per la stagioneMutaverso Teatro.

Proprio poche settimane fa a Roma il Teatro Argot Studio ha dedicato al gruppo teatrale una retrospettiva che ha permesso di rivivere fasi e livelli di maturazione artistica diversi di questa ricerca condotta appassionatamente dal 2005, dove sono andati in scena due spettacoli del suo repertorio: InvisibilMente (2008) e Perdere la faccia (2011).
Il primo, che abbiamo recuperato in questa occasione romana, è un esperimento la cui scrittura poggia sulla manipolazione di una situazione non inverosimile (ma non per questo abbastanza credibile) dell’imprevisto extra-estetico: che cosa potrebbe inventarsi il personale di sala per intrattenere il pubblico, se lo spettacolo non potesse iniziare a causa di un guasto tecnico? Per rendere reale la finzione i due attori, Consuelo Battiston e Alessandro Miele, iniziano lo spettacolo prima che ce ne rendiamo conto, quando i biglietti vengono strappati all’ingresso. Ci sono loro a farlo in divisa da personale di sala, con le bocche sorridenti e i cartellini sulle giacche neutre con il logo del teatro in cui siamo, bene in vista. Di fatto lo spettacolo è, volutamente, un non-spettacolo, la resa scenica di un insieme di possibilità istrioniche, di accadimenti non estetici che divengono spettacolari per necessità. Gli espedienti messi in atto sapientemente giocano con lo scarto tra il visibile e – da qui il titolo – l’invisibile, ovvero, il testo dei mormorii non udibili degli attori che cercano di svincolarsi dalla situazione di disagio fittizia, proiettato sullo sfondo. Forse non è tanto importante che gli spettatori ci credano o meno ai primi secondi in cui si annuncia che lo spettacolo “sta per iniziare”, ma che il potenziale entertainment che una situazione apparentemente non teatrale può racchiudere, si dischiuda nell’impatto con la presenza qui e ora degli spettatori, che, stando all’etimo del termine, raggiungono il teatro carichi di “aspettative”. Sul tracollo di tutte le possibilità di delusione di tali aspettative, montate sin dalla fase dell’accoglienza,  e da quel “Benvenuti” proiettato e accompagnato dal tappeto sonoro delle Variazioni Goldberg che rimanda all’atmosfera da “intervallo” tra un atto e un altro di uno spettacolo X, si costruisce proprio l’impianto drammaturgico di InvisibilMente, in cui i pensieri e il non dicibile, che coincide con l’incubo peggiore che gli attori/maschere (“maschere” anche nell’altro senso, di personaggi dagli atteggiamenti sclerotizzati e grotteschi) possano vivere sulla propria pelle, sono messi a nudo e al servizio del divertimento e della risata, che infatti non mancano.

Docile, scritto e diretto da Gianni Farina, interpretato da Consuelo Battiston e Andrea Argentieri, vede protagonista una donna di umili origini che ha imparato dai suoi genitori l’arte del non lasciare traccia, dell’accontentarsi e della remissività che le permette di passare inosservata. Un giorno l’ufficio di collocamento le consiglia di frequentare un corso di empowerment e in quel contesto incontra una persona che stimola la sua sensibilità e la sua fervida fantasia, e la mette di fronte all’auspicabile possibilità di esprimere un desiderio. La vita della protagonista si tinge di coincidenze dal sapore fantastico e grottesco. La numerologia e l’alchimia contaminano la quotidianità generando equivoche superstizioni che dominano l’universo della rassegnata protagonista. Docile, come ha raccontato la nostra Maria D’Ugo nella recensione recentemente pubblicata tra le nostre pagine, assume i tratti di una fiaba contemporanea dove anche i desideri delle persone non troppo fortunate possono avverarsi. Una fiaba che avanza mostrando almeno un modo possibile di riappropriarsi di ciò che è, fuor di metafora, biologicamente proprio.

Ci racconta tutto questo, come avvengono alcuni interessanti cortocircuiti tra realtà e finzione, il dialogo che potete leggere di seguito, con Gianni Farina, a cura di Maria D’Ugo.

Partiamo dalla trama: cosa vi ha ispirato nello snodare il racconto di Linda Barbiani, personaggio talmente comune da diventare eccezionale? E nel racconto di Linda Barbiani? Insomma, vi va di raccontarci delle galline?

Ci sono innanzitutto degli elementi autobiografici che intrecciano la mia vita e quella di Consuelo per generare, ovviamente, anche delle derive di fantasia. Per la prima volta in un nostro spettacolo aggiungiamo qualcosa di autobiografico. Ci sono diverse linee che si sviluppano parallelamente: ci sono il lavoro, la salute, gli affetti, e altre varie cose. Ciascuna ha un piede nella nostra biografia ma anche un piede in qualche lettura che ci ha appassionato, e comunque tutte inerenti a un tema che è poi l’asse portante dello spettacolo: la remissività frutto di una condizione sociale di partenza che accomuna noi, “sottoproletari”, a Linda. Tre linee tematiche si sviluppano grazie anche ad alcune fonti: la linea della salute richiama un libro (La vita immortale di Henrietta Lacks) di Rebecca Skloot, una giornalista statunitense che ha fatto una bellissima indagine tra gli afroamericani dagli anni cinquanta ad oggi, che racconta il percorso fatto dalla famiglia di Henrietta Lacks. Noi prendiamo alcuni elementi di questo racconto, tremendamente vero, e li innestiamo nella biografia di Linda. Non citiamo neanche una parola di quel libro, però c’è una costruzione del rapporto medico-paziente che rispecchia un po’ quello che abbiamo riscontrato lì, la costruzione del personaggio del medico interpretato da Andrea Argentieri che si vede nello spettacolo richiama alcune figure ritrovate in quel libro. Per quanto riguarda altre linee narrative, per esempio quella dell’empowerment, abbiamo attinto molto da Il codice dell’anima di James Hillman, prendendo come contraltare testi di altri autori che in realtà sono stati ancora più vicini a noi nel corso dello spettacolo. C’è un po’ un “palleggio” tra queste due forze o insiemi di forze: la determinazione, l’anima, la psiche, che Hillman invita a coltivare per trovare il proprio percorso, e le forze sociali, genetiche – il caso, insomma – che invece assegna un altro tipo di percorso, svincolato dal carattere e dalla determinazione umane. Sono quelle che vengono messe in luce da Pierre Bourdieu (La distinzione) e da Don Milani, ma anche da Pasolini fra gli altri. La storia delle “galline”, cui fai intuitivamente riferimento, è legata alla nostra biografa: è tutto vero, ed è una storia accaduta a me…

Che significato ha per voi all’interno della pratica teatrale il palcoscenico? Domanda volutamente a trabocchetto: nei vostri spettacoli il limite e la separatezza del palcoscenico sembrano essere concetti molto evanescenti.

È qualcosa che mettiamo in atto in quasi tutti i nostri lavori: quel confine viene esplorato da un punto di vista atipico o, comunque, non troppo consueto. La distinzione fra la vita reale e il teatro, e quindi tra la platea e il palco, non è chiara per noi, quindi cerchiamo di indagare proprio quel confine così sfumato, percorrendolo in tutti i modi che ci vengono in mente per cercare di passare da un luogo a un altro, dal palco alla platea e dalla finzione alla realtà, più volte possibile. Operare questo scarto e reiterare questo meccanismo avanti e indietro, forse ci consente di svelare un terzo luogo, un limbo tra le due cose. All’inizio, e non solo, c’è una trasgressione, un andare al di là del confine da parte dell’attrice, che arriva dalla platea e si confonde con il pubblico. Per noi c’è in sostanza un’indagine tra l’attore e lo spettatore, la ricerca di un rapporto “altro”. L’indagine, ovviamente, non è la prima motivazione, ma sicuramente c’è anche questo. 

Con Docile assistiamo anche a un gioco di forze, unito a una riflessione sulla propria condizione di partenza. Un contrasto nature/nurture che è ancora attuale, e da cui voi “uscite” spostandovi su un altro piano, in cui sembra di riconoscere anche una certa dose di (cinica?) ironia. Questa particolare modalità di linguaggio è anche un modo per voi di prendervi poco sul serio?

Questo gioco di forze è il palleggio che ti dicevo, Bourdieu da un lato e Hillmann dall’altro, insomma. Il fatto che venga affrontato con cinismo e non ci prendiamo troppo sul serio è vero, lo confesso, ma anche perché questa ironia cinica è quella che schiaccia la protagonista. Perché il mondo è così, sbeffeggia la classe subordinata. Facciamo così perché così va il mondo.

Nello spettacolo Docile una cosa che colpisce è una sorta di accanimento sul corpo di Linda, che è un corpo che subisce delle trasformazioni in crescendo. Le subisce dal suo ambiente esterno, dal mondo familiare che non le fornisce gli strumenti, da quello della medicina, da quello della psicologia, senza escludere neanche i “tentati assalti” dal mondo esoterico, con la numerologia e l’alchimia. Nella maggior parte dei vostri spettacoli, Docileincluso, il dato concreto arriva sempre a essere rovesciato da questo universo di magica e salvifica illogicità. Come avviene la creazione del cortocircuito e come si sviluppa nelle varie fasi di lavoro? 

Spesso questo cortocircuito è deciso a tavolino, ed è frutto di una nostra convinzione, che forse alcune questioni irrisolvibili e inafferrabili, sfuggenti, magiche, possono lasciare in noi stessi prima di tutto, ma forse anche nello spettatore, una traccia più persistente rispetto al solo utilizzo del “naturalismo”. Nasce architettando a tavolino un doppio volto di alcuni personaggi oppure un secondo lato oscuro di una qualche situazione, oppure attraverso l’assurdo, che è uno dei nostri primissimi amori, come ad esempio in Ionesco o in Beckett che ancora oggi ci appassionano, e di altri autori (anche non legati al mondo del teatro) che ci forniscono degli esempi di questo “realismo magico”, come lo ha definito Rodolfo Sacchettini parlando di noi.

Com’è il vostro rapporto con gli spettatori, visto il genere di performance che mettete in atto? È un rapporto che si è modificato nel corso degli anni e della vostra personale esperienza di sperimentazione?

Abbiamo imparato a conoscerli meglio, facendo una serie di tentativi di manipolazione dello spettatore. In InvisibilMenteproviamo a manipolare la platea tutta, in Postilla abbiamo tentato una cosa più difficile, e non ci siamo riusciti (e per fortuna, aggiungo): manipolare il singolo spettatore. Non ci siamo riusciti a volte, e di ciò sono molto contento, perché significa che il “singolo” è ancora abbastanza imprevedibile, dandoci adito di proseguire la nostra ricerca.