Docile

Sergio Lo Gatto Teatro e Critica 06/07/2018

Docile di menoventi

(Italiano)

La lotteria dell’esistenza

C’è un termine che spesso ricorre nelle trattazioni testuali e nelle relazioni di visione del nostro teatro contemporaneo: dispositivo. Come già, ormai troppi anni fa, avevamo qui avuto modo di rilevare, alcuni gruppi della ricerca nati negli anni Duemila sembravano aver fatto del dispositivo un recipiente per la messa al sicuro dei linguaggi scenici, una sorta di frigorifero a bassissima temperatura in cui si pensa che uno stile narrativo e performativo possa riuscire a non invecchiare mai. Parlavamo, nell’articolo citato, di gruppi come Babilonia Teatri o Quotidiana.com, ma potremmo estendere il discorso a Sotterraneo, a CollettivO CineticO, persino a Tiago Rodrigues o Milo Rau. Una sorta di normativa elastica e permissiva ospita al proprio interno il rapporto con lo spettatore negoziandone tematiche e ritmi, ma alla lunga tende a restare – pur in maniera funzionale – confinata dentro tratti riconoscibili e, per questo, o totalmente chiari ed efficaci o privati della forza di esplodere davvero.

Eppure ciascuno di questi gruppi, specialmente quelli italiani, sembra aver avvertito la necessità, negli anni, di sperimentare nuove forme. Mantenendo un’affezione nei confronti di certe strutture narrative e di programmi tematici, queste e altre compagnie nate nei primi anni Duemila hanno saputo interpretare la temperie contemporanea a scapito di certe rigide impostazioni di linguaggio. Le violente invettive di Babilonia Teatri si sono sciolte in più complessi sistemi drammaturgici che ospitano presenze stranianti e una trama sonora sempre più articolata, i distopici quiz show di Sotterraneo hanno trovato il coraggio di scrivere sulla carta e sulla scena paradossi coraggiosi e capaci di sfondare le pareti della sala teatrale.

In quell’articolo si parlava molto della compagnia di Faenza Menoventi, nata nel 2004 dall’incontro tra Consuelo Battiston, Gianni Farina e Alessandro Miele.
«-20 sono i gradi del termometro alla rovescia – scrive sul sito della compagnia Alessandra Cava – un percorso che avanza per sottrazione, rubando al pubblico tutto ciò che possiede per sentirsi al sicuro nel buio della sala». Ed è davvero così. Nessuno è mai totalmente al sicuro di fronte alle creazioni di questo gruppo. Ma se il (pur sottile e raffinato) dispositivo narrativo di Menoventi ci aveva condotto, da spettatori ogni volta più inquieti, sul crinale tra la rappresentazione del fatto e la sua contraddizione in termini, creando narrazioni labirintiche, la loro ultima fatica, Docile – aperto al pubblico a Kilowatt Festival 2018, visto all’Angelo Mai di Roma qualche settimana fa e ora in tournée – sembra compiere un passo in avanti.

All’ingresso tutti ricevono una cartella per partecipare al Bingo e una penna per marcare i numeri chiamati. Dopo che il grande schermo sul fondale ha annunciato – in inglese, poi in dialetto romagnolo, poi finalmente in italiano – l’apertura della «lotteria della nascita», Andrea Argentieri guadagna il palco interpretando uno di quei “motivatori” di cui sono affollate le inserzioni sui nostri profili Instagram e Facebook; una personalità sorridente e a proprio agio che ha tutta l’intenzione di regalare al pubblico una lezione di «empowerment». Il potenziamento delle attitudini individuali, il neurotraining del futuro, la ricetta per l’autoaffermazione viene consegnata a Linda Barbiani, apparentemente una spettatrice ritardataria che, alla maniera di Menoventi, è a metà tra un timido membro del pubblico e un’attrice che lascia intendere a tutti il proprio mestiere, nel corpo tremante e nella voce sottile di Consuelo Battiston.

Linda potrebbe ma non osa, sorride ma si divora le viscere di paura. Le verrà chiesto di esprimere «fede» nella speranza di un futuro professionale, una manovra d’uscita dal precariato che contraddistingue e tormenta tutti noi spettatori. Linda parteciperà a un surreale colloquio con un robot che pone domande alle quali occorre rispondere a tempo, si recherà dal dottore (lo stesso Argentieri) che le estrarrà dai genitali un uovo dorato, il segno che lei – proprio lei! – potrebbe essere la predestinata. Occorrerà poco tempo prima che i veri (o reali?) spettatori capiscano che il Bingo è programmato, che una misteriosa cabala vuole che proprio Linda, e nessun altro, sia vincitrice e sconfitta allo stesso tempo. Una sorta di capro espiatorio per la nostra continua ossessione di non essere all’altezza, per la nostra eterna sindrome dell’impostore. Il misterioso parto di Linda ci riporta all’apologo della “gallina dalle uova d’oro”; in questo gioco (perché è un gioco e non più un dispositivo!) il racconto ci riguarda, ci interroga, eppure la sottile struttura drammaturgica ci ricorda costantemente dove stia di casa la nostra responsabilità nel guardare la tragedia di qualcun altro.

Il colloquio di Linda risulta, a noi, disastroso e imbarazzante. Siamo grati al Fato per il fatto di non esserne stati i protagonisti. Eppure, alla sua seconda comparsa, il motivatore si congratula con lei, chiama l’applauso, abbraccia la soddisfazione di essere stato, seppur per il tempo di una messinscena, l’artefice di un minuscolo successo.
«Docile», dice il titolo. Docile è l’atteggiamento di Linda (o di Consuelo?), che si lascia divorare dal sistema, immolandosi per tutta la comunità alla quale ha scelto d’appartenere. Lo sguardo sempre basso, le corde vocali che tremano, uno spazio vuoto da abitare in presenza solo di voci fuori campo. Le uova d’oro ci ricordano le nostre invisibili potenzialità, quelle per cui dovremmo lottare (o fare in modo di poter lottare). Siamo partecipi della squallida sventura di qualcun altro, che pure cerca in noi un appoggio, parlandoci faccia a faccia, ma che trova solo nella voce della madre, mandata ad alto volume nelle casse durante una telefonata, il conforto decisivo per andare avanti. E la catarsi è completa, nel momento in cui fallimento o successo accadono a qualcun altro.

In questo inedito esperimento tragico, che cerca di inseguire in maniera cupa e sinistra i ritmi del nostro quotidiano, Menoventi ritrova lo spazio per spalancare le ali e trova quella manovra d’uscita dal “dispositivo” un attimo prima che possa divenire asfittico e arido. Labirintiche strutture del racconto prendono il posto di quella centrifuga della narrazione che le avrebbe viste imprigionate. La scrittura – o, meglio, l’ideazione – di Gianni Farina e Consuelo Battiston costruisce un dedalo di reazioni inquiete. Richiama alla memoria e alla responsabilità la reazione che sempre uno spettatore dovrebbe avere di fronte all’osservazione, camuffata in arte, del tempo presente. E delle sue dirette conseguenze.
Siamo tutti Linda Barbiani? No, questa è la trappola: un difetto di attenzione potrebbe tramutarci in lei, “gallina dalle uova d’oro” che solo nel passaggio finale sceglie di conservare il proprio misterioso dono. E chissà mai se riuscirà, contestualmente, a riconquistarsi la vita. E, così, a consegnare a noi una speranza di sopravvivenza. Chissà.

Sergio Lo Gatto

Angelo Mai Altrove Occupato, Roma – novembre 2018