Docile

Maria D'Ugo Scene contemporanee 19/02/2019

Docile

Molte cose sono già decise prima della nostra nascita. Meno stabilite, studiatamente pianificate, quanto semplicemente preesistenti, pre-disposte: che lingua si parlerà? Entro quale terreno sociale si traccerà il proprio percorso? Quali saranno le strutture che inevitabilmente agiranno come motore primo, saldandosi e radicandosi internamente? Cosa ne costituirà il limite?

Parlami delle galline. Parlami di quella natura ottusa in attesa di riconoscere la propria parte più debole e a farla fuori a suon di beccate. Ti taglieresti il becco per me?

La platea è già stata scenografia, il 9 febbraio, dentro alle porte del Teatro Biagi D’Antona di Castelmaggiore, che ha ospitato Docile, spettacolo firmato dalla compagnia faentina Menoventi (una temperatura, rovesciamento e inversione di stato), presentato nel corso dell’ultima edizione del Kilowatt festival e stavolta al suo debutto regionale nell’ambito della stagione teatrale Agorà diretta da Elena Di Gioia. Il pubblico, che negli spettacoli dei Menoventi è bene che si tenga sempre bene attento e reattivo, viene coinvolto e introdotto subito nel corso aziendale dove con charme e disinvoltura Andrea Argentieri, sinistramente convincente nei panni del docente e ricercatore universitario, ha il compito di iniziarlo alle seduzioni dell’empowerment, ovvero della riscoperta e riappropriazione individuale attraverso un gioco in cui il proprio sguardo sul sé può modificarsi sulla base di un semplice meccanismo di sostituzione e dal cui risultato non dipenderanno soltanto le griglie di valutazione della propria efficienza in termini professionali, ma, tout court, umani. Si tratta di stare al mondo, in barba al determinismo psichico e sociale. Ma anche, e sarà presto chiaro, di scegliere da quale voce lasciarsi convincere.

Non è la prima volta che il dispositivo scenico messo in atto dalla compagnia presuppone un pretesto scenico che si traduce in un utilizzo altamente poroso della quarta parete (solo a mo’ di esempio si possono ricordare InvisibilMente o L’uomo della sabbia, ma anche lo studio sulla musa di Otto Dix che è diventato lo spettacolo Credi ai tuoi occhi): questa è sempre un elemento vivo, attivamente operante, un velo nel quale aprire delle brecce più larghe o più minute a seconda delle esigenze e, soprattutto, di un gioco che non è mai riservato ai soli attori in scena. L’eroina qui si fa attendere. “Tipo qualunque”, Linda Barbiani (per questa volta una Consuelo Battiston timida e tremante) emerge discreta dalla folla, nessun desiderio di occupare la scena, da cui, anzi, spesso fugge con la ritrosia e l’inibizione dell’esemplare debole. Aggravata da un bagaglio di ricordi troppo definiti a fronte di un futuro troppo vago, da ammirare senza desiderio alcuno, Linda manca di coscienza di sé e di un oggetto specifico a cui rivolgere il suo bisogno, e dunque la speranza, di un cambio di rotta. 

Proprio non è quella del brutto anatroccolo, ma pure con una imprevedibilità che corre sulla scena allo stesso ritmo di quell’evento fortuito tanto invocato e atteso da Linda, Docile dei Menoventi diventa a tutti gli effetti una favola, pur smettendo – almeno sul piano meramente narrativo – la parabola fin troppo riconoscibile e realistica del riscatto sociale perseguito con un self improvement di tendenza e vendibile all’ingrosso, per assumere su di sé la prospettiva straniante, surreale, data dall’inverarsi dell’eccezionalità, occasione di cui farsi forti e da cui ritarare i propri confini biologici per trovare in sé il luogo del limite e capire cosa farne. Per la regia di Gianni Farina, quindi, assistiamo con Docile a una fiaba moderna che avanza brillantemente senza sdoganare alcuna morale, che mostra almeno un modo possibile di giocare con le temperature e le stature delle occasioni, di riappropriarsi di ciò che è, fuor di  metafora, biologicamente proprio.