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VITA AGRA DEL DOTT. F.

Simone Piazzesi La MELA 07/02/2015

Vita agra del dott. F.

A conclusione di un ciclo di iniziative in ricordo dell’opera di Luciano Bianciardi, si è tenuto ieri sera al Manzoni di Pistoia lo spettacolo Vita agra del dott. F. con Angelo Romagnoli, Rita Felicetti, Claudia Pinzauti, regia Gianni Farina. La piéce nei giorni precedenti è stata replicata anche per alcune scuole superiori della provincia coinvolgendo un migliaio di studenti. Lodevole, quest’ultima iniziativa, perché avvicina i giovani ad un autore senz’altro poco noto, almeno non quanto meriterebbe. Nel 1962, infatti, Bianciardi, grossetano trapiantato per esigenze lavorative a Milano, scrive un’opera, La vita agra, che ancora oggi a distanza di più di cinquant’anni, sorprende per l’incredibile e spietata attualità della sua analisi sociale, politica, economica e morale. Come Pasolini, Bianciardi riuscì a intravedere nei primi guizzi del capitalismo rampante del boom economico italiano, quelle scintille che avrebbero portato ad incendiare secoli di tradizioni, rimodellando il tessuto sociale in chiave cannibalistica e feroce dove il successo, i soldi, l’apparire e il superfluo sarebbero stati i soli valori vincenti.

Il protagonista del libro si reca a Milano con in mente un progetto di attentato ad un palazzo simbolo del “progresso” per vendicare i minatori morti in una miniera della Maremma. Il riferimento è alla tragedia realmente avvenuta a Ribolla dove nel 1954 persero la vita 43 minatori. L’analisi che di questo episodio viene fatta anche nello spettacolo portato in scena al Manzoni, è terribilmente attuale e sembra tratta da una cronaca odierna: una grande azienda estrattiva si trova a dover fronteggiare la concorrenza internazionale, quindi deve ridurre i costi e i primi tagli vengono fatti alla sicurezza, da cui l’incidente col suo carico di sangue. In Italia ancora oggi muoiono in media tre lavoratori al giorno in incidenti sul lavoro, così come le continue “riforme” del lavoro hanno portato ad una precarizzazione totale della vita di giovani e meno giovani, costringendoli a rinunciare a progetti di vita e sogni: anche questo già denunciato dall’anarchico protagonista de La vita agra. La sua idea di vendetta, infatti, dovrà essere abbandonata, fagocitata dalle necessità meschine della Milano in cui tutti pensano solo a correre, lavorare, lavorare e correre. L’affitto, la spesa, la luce, il gas… e venti cartelle da tradurre che riempiono ogni giornata senza lasciare spazio a nient’altro e dando in cambio due miseri spiccioli.

Lo spettacolo non ripercorre linearmente la trama del romanzo, ma ne evidenzia alcuni momenti cruciali, con intermezzi in cui viene intervistato lo stesso autore, in un ipotetico studio televisivo, anche questo mefistofelico totem dei tempi moderni. La salvezza sembra intravedersi nell’arte, nella stesura di una grande opera che riscatti, al posto delle bombe, la memoria dei lavoratori morti. Ma anche questa verrebbe digerita dal mercato editoriale che ne farebbe uno fra i tanti innocui casi letterari da dare in pasto al pubblico e da dimenticare in fretta.

Un’opera quella bianciardiana, tutt’altro che rassicurante ma che ci costringe a riflettere sulla nostra società e su come certi meccanismi, ormai rodati e diventati apparentemente ineludibili, ci avvicinino sempre di più a robot che, in automatico, lavorano per il benessere di altri, senza più scopo e slancio vitale.