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Vita agra all’Angelo Mai

Andrea Porcheddu Linkiesta 13/03/2014

Vita agra all’Angelo Mai

L’ultimo spettacolo che ho visto all’Angelo Mai Occupato, pochi giorni fa, prima che una decina di autoblindi e una cinquantina di poliziotti in assetto anti sommossa sgomberassero il centro culturale romano, è La vita agra del signor F.
Il lavoro, come si intuirà dal titolo, è liberamente tratto dal bellissimo, struggente libro di Luciano Bianciardi: e quella sera, in sala all’Angelo Mai, c’era anche la sempre splendida Maria Jatosti, la scrittrice che di Bianciardi fu sodale e compagna, e che è, in buona sostanza, la protagonista di quel romanzo. Alla fine dello spettacolo, tutti – attori, regista, spettatori – ci siamo stretti attorno a Maria, ad ascoltare le sue parole, i suoi ricordi, a rivivere la passione militante e burbera di Bianciardi.
Toscanaccio, lui, addirittura maremmano: intellettuale scomodo, controcorrente, atipico. In La vita agra racconta una sorta di “viaggio di formazione” o meglio di “de-formazione”, di rassegnazione, di adattamento, di compromesso e forse di fallimento. Il protagonista, un Luciano certo autobiografico, arriva nella grande città, emigrato nella Milano del boom economico, con il desiderio della rivolta e della vendetta: vuole far saltare il grattacielo della Montecatini, metterci una bomba per vendicare la morte ingiusta di tanti minatori vittime della brama di guadagno del Capitalismo (il riferimento è ai fatti reali della miniera di Ribolla, dove videro la morte 43 operai). Lascia al paese la moglie e il figlio, e a Milano comincia a vivere; incontra una nuova compagna – Anna, una fantastica figura femminile, intellettuale tosta e militante – e assieme provano a lavorare, a far traduzioni, per comprare le sigarette e pagare l’affitto della stanzetta in cui vivono. Poi però: pian piano, i sogni di rivolta scemano, la rivoluzione lascia il posto all’integrazione, la povertà al piccolo benessere, la rabbia al successo. Crolla così, inesorabilmente, quel personaggio: crolla nel momento in cui accetta quel sistema che avrebbe voluto scuotere, far saltare per aria. Invece si adatta, si arrende.
La storia, si immaginerà anche chi non ha letto il libro, è bellissima: ne fece anche un buon film Carlo Lizzani con Ugo Tognazzi e l’intensa Giovanna Ralli (ma alla Jatosti il film non piace). Insomma, una storia che è umana e generazionale, che è politica e individuale.
Vedere lo spettacolo – e tornare su questi argomenti – proprio all’Angelo Mai dà senso ulteriore all’operazione firmata da Angelo Romagnoli e Gianni Farina, drammaturghi oltre che attore protagonista il primo e regista il secondo. Nel loro lavoro di adattamento, Romagnoli e Farina tentano un’impresa ardita: mescolare, sapientemente, La vita agra con Faust (il signor F del titolo).
Dunque, ci dicono, il protagonista “si vende”, vende l’anima a un diavolo subdolo e onnipresente – in scena la brava Rita Felicetti – giocandosi, quasi senza accorgersene, non solo dignità e amore, ma anche la sanità mentale per il famoso “quarto d’ora” di celebrità. E mentre lei, la donna – che è ben interpretata da Claudia Pinzauti – mantiene lucidità e fermezza, lui, lo scrittore, sbanda pericolosamente, non sa, tutto sembra sfuggirgli tra le mani. Angelo Romagnoli è un attore notevolissimo, ha una bella faccia, vera, provata, ha lo sguardo morbido e lontano di chi ha conosciuto le intemperanze della vita, e sa ben rendere, dunque, la dialettica tra aspirazione e frustrazione, tra intelletto e confusione.
Gianni Farina, da par suo, crea un’atmosfera tesa, luciferina, subdolamente inquietante e ironica. Lo spettacolo, allora, nel suo insieme, tiene molto bene.
Quel che contesto, però, è l’assunto iniziale: c’è un abisso tra l’ingenua ma autentica carica rivoluzionaria di Bianciardi e il sogno faustiano; c’è un abisso tra quel “fallimento” là, umanissimo e condivisibile, nell’integrazione e nel guadagno borghese, e il patto diabolico, assoluto ed eterno, tra Faust e Mefistofele. Così pure mi ha stonato il talk show televisivo, con applausi registrati, che inquadra la vicenda: con l’intervistatrice-diavolo a far domande sottili e lo scrittore affannosamente a far il brillante. Non so: a mio modesto giudizio, La vita agra, scritto nel 1962, è pre-televisivo, intuisce la società dello spettacolo che sta per invadere il mondo, la precorre, e ne stigmatizza la natura fagocitante. Ma lo star-system è ancora di là da venire. E si farebbe torto all’anti-eroe bianciardiano a bollarlo da ospite di un “Che tempo che fa” qualsiasi – seppure, in questo caso, in forma di prevedibile denuncia, che però stona anche come eventuale “attualizzazione”.
Chissà, forse avendo amato il libro e anche il film, mi viene da sollevar dubbi poi inutili: vale dire, ad esempio, che alla Jatosti lo spettacolo è piaciuto moltissimo così come al pubblico presente.
Mi pare simbolico e bello, comunque, che le parole di Bianciardi abbiano trovato il tempo per risuonare, ancora libere, all’interno dell’Angelo Mai: lo sgombero, più che un atto di forza, è un gesto che suscita tristezza, amarezza e sconforto. Lo spazio è “occupato”, certo, dunque illegale, ma è una delle poche fucine romane di pensiero, di musica, di teatro, di incontri, di giochi: è una delle realtà in cui ancora si faceva quel “lavoro culturale”, caro allo scrittore grossetano. La lezione ostinata di Bianciardi è dunque forte e viva: sono ancora tanti, non solo gli “intellettuali” o i “militanti”, quelli che non si svendono, che non scendono a patti con il facile successo di questi anni bui. Gente che insiste, nonostante tutto, in questa vita agra. Magari guardati a vista da agenti in tenuta antisommossa.