Marco Smacchia

Postilla

Lorenzo Mango es.terni festival 30/09/2009

UNO STRINDBERGHIANO TEATRINO DELL’IO

Pagare i propri debiti col diavolo è cosa che conviene sempre fare il prima possibile. Specie se ne vale la pena. Postilla del gruppo Menoventi è uno di quegli spettacoli pensato per un solo spettatore che infrangono la convenzione comunitaria e pubblica del teatro. La ribalta, invece, tale convenzione proponendo il rischio di un’avventura tutta personale, a piena e assoluta responsabilità individuale, nel teatro. Inteso proprio come spazio fisico. Che lo spettacolo si svolga in una sala teatrale chiusa non è accessorio, appare, invece, come una parte costitutiva fondante dell’operazione linguistica messa in scena. Si tratta, infatti, di determinare un ribaltamento radicale e assoluto dei meccanismi percettivi attraverso un’interrogazione sul “cosa è” del teatro che è rivolta direttamente e implacabilmente al viaggiatore solitario.
La drammaturgia proposta da Menoventi ha un sapore concettuale e analitico che si sposa elegantemente con una dose non invadente di ironia e di spiazzamento ludico. Il viaggio nel teatro, come edificio, è un viaggio attraverso le soglie fisiche e linguistiche dell’atto rappresentativo. Si è lì, pubblico e attori, per mettersi in gioco nei rispettivi ruoli. Si entra così, passo dopo passo, una volta accettato il patto maligno che si attiva ogni volta che entriamo a teatro (quella che Coleridge definiva splendidamente la “sospensione volontaria dell’incredulità”) dentro il meccanismo più intimo della percezione. Vedere è ridurre le distanze, ascoltare e spiare, invisibili, nei recessi più privati di un’altra creatura, che è lì, vera, di fronte ai nostri occhi, iperrealisticamente vera, eppure così straordinariamente finta nella sua simulazione di verità.
Non appena, però, la crosta vuota dell’illusione è permeata da un oggetto vero, fisicamente e sensorialmente esperibile, ecco che l’ombra simulacrale del teatro svanisce. La realtà tattile e la sua sostituzione fittizia sono incompatibili. La fruizione solitaria fa sì che quest’ordine di problemi acquisti un tono diretto e partecipato di vissuto. Questi problemi sono lì per lo spettatore più che per lo spettacolo e chi lo fa, con un ribaltamento degli assunti concettuali assolutamente rilevante.
Ma non appena il gioco di scollamento tra segno e cosa si è rivelato in tutta la sua flagranza, il viaggio riprende e il tendaggio rosso del teatro rivela una nuova frontiera, in cui si materializza uno strindberghiano teatrino dell’io. Lì, nella forma sarcastica di un improbabile cabaret comico, avviene la nostra recita finale. Quella dello spettatore che si vede come personaggio (quantomeno nominale) rigettato al patto scellerato che lo ha introdotto della sala teatrale e nel gioco rappresentativo. Ed ecco che un telefono, alla maniera di David Lynch, lo riporta alla realtà, lo spettatore. Ma quale? La sua, verrebbe da dire, perché è il viatico per risalire all’uscita, ma anche, prima, per un riflesso, a quella simulacrale e teatrale che ci ha posto, poc’anzi, il problema della rappresentazione. Come in un gioco di scollamento temporale, ci parla al telefono la voce di un personaggio che abbiamo visto, in precedenza, telefonare a qualcuno che, verrebbe da dire a questo punto, eravamo noi prima di adesso.
Postilla si presenta così come un interessantissimo interrogarsi sulla dimensione rappresentativa del teatro che diventa interrogazione sulla rappresentazione del sé, costruito come un’opera di Escher, in cui i pieni e i vuoti si scambiano all’infinito e senza possibilità di risoluzione la parte, creando piani paralleli e intersecantesi di diversi livelli comunicativi e cognitivi.