Marco Smacchia

InvisibilMente

Lorenzo Donati Ravenna e dintorni 04/12/2008

Una sera in un circo a Fusignano, forse lo spettacolo non avrà inizio

Entriamo in sala, due maschere ci offrono arachidi da una ciotola. Attendiamo che le luci si spengano, il pubblico è arrivato, l’attesa cresce. Eppure, non succede nulla. Le maschere, un ragazzo e una ragazza, si guardano imbarazzate. Vanno al centro, comunicano che tutto è quasi pronto, tra breve avrà inizio lo spettacolo. Sorridono, cominciano a sudare. Litigano con un presunto tecnico seduto a una consolle, tornano al centro. Raccontano che il tendone in cui ci troviamo, per lo meno, è ignifugo.
Se e quando la rappresentazione avrà inizio, lo sapremo domenica 7 dicembre, alle 21, a Fusignano, all’interno del tendone da circo che ospita Invisibilmente della compagnia Menoventi. Lo spettacolo è inserito nel “teatro errante”, progetto ideato dal teatro stabile dell’Emilia Romagna Ert, che prevede altri lavori la sera stessa e quella dopo (segnaliamo almeno L’idealista magico del Teatrino Clandestino).
La storia del teatro del Novecento è costellata di sommovimenti che miravano a ripensare il teatro, spesso in opposizione a un’idea di puro intrattenimento, nel tentativo di aprire ricerche artistiche di qualità a un pubblico non di nicchia. Dal «teatro d’arte per tutti» invocato da Strehler e Grassi nel 1947, al «teatro necessario come il gas e la luce» del francese Vilar poco tempo dopo.
Forse a questo filone s’ispira il progetto di Ert, che da ottobre ha portato il suo circo in paesi che non hanno sale teatrali, promuovendo le compagnie del territorio. Oggi, fuori dai circuiti dei teatri stabili e dei teatri commerciali, dove spesso si parcheggiano volti televisivi in declino, la situazione per chi voglia dedicarsi alla scena è davvero ardua. Occorre essere indipendenti sul serio, a cominciare dalla scelta dei propri maestri per arrivare all’invenzione di economie che “l’impresa teatro”, da sola, fatica a produrre. È questo che provano a fare i Menoventi, con spettacoli stralunati in cui si danno feste bizzarre, dove al posto degli invitati arrivano manichini, dove l’ombra di invisibili entità sembra governare il mondo (In festa, 2005).
Così accadrà anche a Fusignano: le due maschere, imbarazzate, proveranno a fuggire dal palco sussurrando frasi sottovoce, prima di accorgersi che una didascalia alle loro spalle rimanda tutti i loro discorsi, descrive le loro azioni, anticipa i loro pensieri. Si ride molto, durante i lavori del gruppo che risiede a Faenza, ma un’infida inquietudine si cela sul rovescio della risata, come se qualcosa di oscuro incombesse, come se qualcuno ci osservasse per prevedere le nostre azioni. Potrebbe essere allora questa, quella di un comico intelligente, grottesco, inquietante, una delle vie odierne per un teatro in grado di parlare a tutti? Torna in mente Eduardo De Filippo, il suo teatro che è «qualcosa di magico che il pubblico non deve sapere». Allora noi entreremo nel tendone di Invisibilmente, e lo spettacolo avrà inizio. O forse no.