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LA REGOLA DEL GIOCO

Carolina Ciccarelli Voci dalla soffitta 15/03/2012

Un gioco tra realtà e scena

il workshop alla maniera di Menoventi

La regola del gioco – Menoventi ai limiti della rappresentazione è il titolo che la curatrice Silvia Mei ha dato al ricco focus sui Menoventi. Vincitori della prima edizione di Rete critica, il premio assegnato da siti e blog di teatro, la compagnia di Faenza arriva a Bologna e viene inserita nella stagione della Soffitta nella penultima settimana di febbraio.

Nata nel 2005 dall’incontro di tre giovani attori di diversa provenienza e con percorsi artistici differenti – Gianni Farina, Consuelo Battiston e Alessandro Miele – la compagnia ha presentato al pubblico bolognese due spettacoli del loro repertorio, InvisibilMente e Semiramis, e ha condotto una tre giorni di workshop sul lavoro dell’attore intitolato Inesorabili partiture.

Mai titolo fu più azzeccato. I ragazzi, inizialmente indispettiti e confusi dal metodo di lavoro della compagnia, forse perché reduci da un precedente workshop dai contenuti più vicini a un lavoro dell’attore già noto come quello barbiano, sono stati presi per mano e accompagnati all’interno di una modalità di riflessione e di lavoro che oltrepassa i limiti della performance.
Un gioco, quello dei Menoventi, che non può prescindere dalla capacità di mettersi in gioco dell’attore e dalle domande, come dice il titolo del progetto, sui limiti della rappresentazione e sul suo rapporto con la realtà.
L’esplorazione di meccanismi formali che travalichino dei confini – della realtà, del palco, dell’agire scenico, della percezione – è il punto di partenza e il punto di arrivo dell’attività della compagnia. Ossessionata da questi interrogativi, essa ha sviluppato un metodo di lavoro autonomo e in continua evoluzione che fa perno essenzialmente sulla ripetitizione – che, spiega la Mei nella presentazione al progetto, “non sfuma mai nella serialità” – e sul passaggio tra livelli della rappresentazione. Questi ultimi, come dice Gianni Farina all’incontro con il pubblico, riguardano il rapporto dell’attore con l’intrusione, cosciente o meno, di un fattore esterno come può essere la musica, l’ingresso di un personaggio “manipolatore della scena” o “distrattore”, o lo spettatore stesso, la cui presenza si rivela all’attore.
La quarta parete può essere rotta, frantumata, per recuperare il protagonismo, teso fino all’estremo, dello spettatore a teatro che, in un modo o in un altro, si sente chiamato in causa.
I Menoventi lo vogliono personaggio (vedi Semiramis che si rivolge al pubblico come fosse il suo popolo), lo vogliono cavia inconsapevole (vedi InvisibilMente in cui l’attore, mescolatosi tra gli “uomini comuni”, è vittima di un caso divertente che sottolinea il suo ruolo artificiale, quello del “far finta di essere”, un meccanismo che in realtà scommette sulle relazioni prevedibili del pubblico), lo vogliono vittima di un inganno (come in Perdere la faccia in cui si resta in attesa di qualcosa che non avverrà), lo vogliono consapevole del fatto che andare a teatro vuol dire accettarne deliberatamente le condizioni (in Postilla gli viene imposto di firmare un vero e proprio contratto scenico). Infine, lo vogliono addirittura imbrigliato nei meandri di una storia privata della sua logicità temporale (nel loro ultimo lavoro, L’uomo della sabbia, un attore veste i panni dello spettatore incastrato in una scena che vive di vita propria e di cui non conosce i meccanismi interni, come fosse un mondo parallelo, uno sfasamento della realtà).
Lo spettatore si perde tra i livelli della dimensione scenica, in un labirinto di contesti che lo strappano dalla sedia della platea per catapultarlo nel gioco della finzione teatrale.
Perdersi mettendo in funzione le possibilità altre della percezione abitudinaria.
Questo chiedono i Menoventi che sfruttano la ripetitività della scena e della partitura attorica per sottolineare la vertigine finzionale del teatro: il loop diventa esca per la confusione di chi guarda ma allo stesso tempo diventa rivelatore della finzione teatrale.
E proprio sul meccanismo del loop hanno lavorato i ragazzi del workshop, invitati alla ripetizione continua di due testi che si prestano perfettamente alla reiteratività: Dissapori da “Disastri” di Daniil Charms e una riscrittura da un estratto del romanzo di Adolfo Bioy Casares “L’invenzione di Morel”.
Mandare in loop una partitura senza mai cambiarla o tradirla, subendo gli interventi dall’esterno che mettono gli attori in difficoltà e modificano le posizioni fisiche stabilite dell’interazione tra personaggi, può portare l’attore a una sorta di trance immedesimativa che, a lungo andare e prevedendo una certa predisposizione naturale, può farlo “illuminare”, facendogli acquistare così una presenza scenica totale e intensa.
Gli esiti dell’intromissione di quelli che vengono chiamati “livelli due” – che prevedono la consapevolezza da parte dell’attore della presenza dello spettatore – nel loop dei cosiddetti “livelli tre” -che , invece, lo ignorano e operano con tutte le convenzioni del teatro, soprattutto la quarta parete – sono stati a dir poco sorprendenti e esilaranti. I ragazzi, apprese le modalità di lavoro, hanno dato libero sfogo alla fantasia creando situazioni inaspettatamente comiche.
Un workshop, quindi, non solo altamente formativo ma soprattutto divertente, che ha permesso agli studenti di entrare in una modalità di preparazione attorica e produzione dello spettacolo alternativa e innovativa.
Tutto sottostà alle regole di un gioco e i Menoventi sanno giocare con brillante intelligenza, senza mai dimenticare che il fare teatro è un continuo interrogarsi sulle relazioni tra palco e platea, tra scena e realtà, e che le soluzioni pratiche sono infinite e tutte da esplorare.

Creare in assenza di punti fermi. Intervista a Gianni Farina
di Michela Mari e Lucrezia Pasini

Che ruolo ha per voi la formazione dei giovani attori? Influisce sull’elaborazione delle vostre drammaturgie?
In generale cerchiamo di sfruttare i laboratori non come passaggio di conoscenze, ma come scambio. Si lavora insieme per creare magari scene che nessuno vedrà, ma che vengono pensate come se dovessero essere presentate al pubblico. Sono un’occasione per sperimentare meccanismi che non abbiamo ancora chiari, o che pensiamo di non aver portato alle estreme conseguenze.
Il laboratorio che abbiamo fatto qui la settimana scorsa è stato un po’ troppo breve, tre giorni sono pochi, ma sicuramente influenzerà il nostro lavoro. In generale credo che sia più quello che noi prendiamo dai laboratori che quello che prendono i partecipanti.

In InvisibilMente scorrono frasi su un monitor, in Semiramis le scritte sono sui muri. Che ruolo assume la scrittura nell’uno e nell’altro spettacolo?
Ci sono molte differenze. In InvisibilMente la parola scritta fa la parte del leone, in Semiramis è uno dei molti elementi. Anche la presenza scenica dei testi è diversa. In Semiramis stanno dietro la quarta parete, servono quasi più all’attore che al pubblico. Ovviamente la parola è sempre per il pubblico, però in questo caso la parola, nella convenzione teatrale, serve al personaggio. Mentre in InvisibilMente è lì per il pubblico, solo a metà spettacolo i personaggi si rendono conto della sua presenza.

Cos’hanno invece in comune?
La cosa in comune tra queste due scritture in scena è la presenza di una sorta di entità invisibile e indefinibile che utilizza le parole, le manipola.

Quindi chi scrive?
In InvisibilMente non lo sappiamo neanche noi, è lo Spettacolo. In Semiramis è una figura della storia, anzi più figure che utilizzano le scritte sulle pareti. E poi ovviamente è Semiramis stessa che scrive sui muri, ma una serie di coincidenze cambiano il significato di ciò che ha scritto. E queste coincidenze che sono tante e strane sembrano determinate da un’entità, anche questa invisibile e indefinibile. In entrambi gli spettacoli c’è qualcuno di sconosciuto che manipola le parole.

La parola scritta in scena è un punto di partenza, oppure un’esigenza che si è manifestata in seguito?
In seguito per tutti e due gli spettacoli.

Anche in InvisilbilMente, in cui invece è così centrale da apparire come l’idea da cui è scaturito tutto?
Sì, è così e non è così. Il nostro metodo di lavoro include il caso nella creazione e questo comporta un ripartire da capo tutte le volte che si scopre un elemento importante, come è stato il caso della parola in InvisibilMente. Siamo partiti senza i sottotitoli, ci siamo arrivati dopo alcuni mesi di lavoro, quindi abbiamo buttato giù tutto e da quel momento lì la parola è stata il centro. Quindi è vero che è il centro, se non si considerano i diversi mesi di lavoro buttati.

Cosa è rimasto del lavoro pregresso?
L’idea dei due personaggi/maschera, la situazione di imbarazzo causato dallo spettacolo che non comincia mai.

E riguardo a Semiramis?
La parola è arrivata presto, anche se comunque a lavoro già iniziato. Ma non è stato un elemento così significativo da costringerci a ricominciare da capo. La parola scritta sui muri è stato solo un elemento in più.

Sul sito web della compagnia c’è un elenco di punti programmatici di presentazione del vostro lavoro. Il punto -17 dice: “per noi non è tempo ancora di una poetica predefinita”. Arriverà questo tempo?
In realtà questi punti non ci soddisfano più, li cambieremo, contengono delle imprecisioni. In particolare questo. Oggi pensiamo che questo tempo per noi non arriverà mai. Non è una critica a chi ha un’estetica ben precisa, però non è il nostro caso. Noi per ogni spettacolo partiamo da zero assoluto, e forse proprio questa è la nostra cifra. Non abbiamo mai una linea estetica e formale che guidi il lavoro. Ogni progetto prevede un approccio completamente differente. Ovvio che tra i diversi lavori qualcosa in comune c’è, ma comunque si avverte la differenza di approccio, la differenza nei punti di partenza. Le somiglianze tra i lavori sono un caso, non sono ricercate o volute.

Come spiegate al punto -16 quando parlate di “temi ricorrenti che vi rincorrono”. Quindi questo punto è ancora valido?
Si questo sì, in particolare c’è il tema del controllo, della manipolazione delle menti. Questo tema è stato un vero e proprio punto di partenza solo per il nostro primo lavoro In festa, per gli altri no, ma comunque viene sempre fuori. Evidentemente è il nostro incubo peggiore e quindi continua a rincorrerci.

Il Premio Rete Critica ha influito in qualche modo sui vostri progetti?
Ancora non ce lo siamo chiesti, è passato troppo poco tempo. Però da parte nostra non ci siamo spostati di un millimetro. Da un punto di vista creativo non modifica i nostri piani.

Invece dall’esterno avete avvertito un’attenzione diversa?
Sì, riceviamo più telefonate, ci viene proposta qualche piazza in più. C’è una maggiore attenzione, ma ripeto dal punto di vista creativo non ci sposta di una virgola. L’esempio lampante è questo. Noi l’anno scorso abbiamo iper-prodotto: due debutti, un radiodramma, vari laboratori. Con il nostro metodo di lavoro, che ogni tanto ci costringe a buttare via tutto, è stato tanto. Quindi ci siamo detti che per il 2012 non avremmo fatto neanche un debutto. Dopo il premio ci sono arrivate due proposte di produzione di spettacoli, ma le abbiamo rifiutate entrambe. Rimaniamo della nostra idea. Non vogliamo creare un progetto nuovo solo perché ci sono arrivate delle proposte, forse grazie anche al premio. L’iper-produzione è rischiosa. Arrivano comunque più proposte anche per i laboratori, e quelli ben vengano. Quelli non ci svuotano le idee, anzi.

LE RECENSIONI

Il reality mentale dei Menoventi
di Josella Calantropo

È l’invisibile che viene mostrato, è l’indicibile che viene scritto. Ecco che cos’è InvisibilMente della compagnia dei Menoventi. Uno spettacolo fresco dove si ride intelligentemente e che rimanda all’idea originaria di teatro. Ovvero un luogo dove si può vedere, ma dove si può anche e ancora immaginare.
All’ingresso in sala il pubblico viene accolto da due gentili maschere che consegnano a ognuno due noccioline con la raccomandazione: “Da non mangiare! Servono per una sorpresa alla fine dello spettacolo”. Tra chiacchiere e commenti sulla giornata appena trascorsa si prende posto e si aspetta che lo spettacolo abbia inizio. La scritta “BENVENUTI” campeggia su uno schermo posto al centro del palco. Le luci della sala non si spengono, ma iniziano una serie di intermittenze che naturalmente passano inosservati. Finché la maschera conquista la scena e ricorda di spegnere i telefonini e di non fare fotografie. Lo spettacolo è già iniziato, ma il pubblico ancora non lo sa. Esce e si sistema vicino all’altra maschera aspettando l’ingresso degli attori. Ma qualcosa sembra andare storto. Il tecnico si allontana dalla sua postazione, gli attori non possono entrare in scena e ai due poveretti tocca intrattenere il pubblico. Visibilmente imbarazzati per l’inconveniente inizieranno a inventarsi di tutto per non fare annoiare gli spettatori: avvisi ripetuti più volte, appuntamenti ricordati, canzonicine improvvisate, momenti di silenzio per le vittime della morte (in generale), scherzi con il pubblico e altre piccole gag sostenute con ritmo comico e andatura ironica. Tutto qua. Solo che come in un reality mentale si iniziano a leggere sullo schermo i pensieri, i gesti e le parole dei due, che a questo punto possiamo chiamare attori. Il risultato è una sorta di eco: loro parlano, pensano, agiscono e sullo schermo nel frattempo si legge. Una sorta di messaggini twittati di quello che accade in scena. Il protagonista dello spettacolo, quindi, è un narratore onniscente e invisibile che comanda a bacchetta i due malcapitati. È come se tutto fosse inserito in un grande copione che qualcuno ha già scritto e che bisogna solo mettere in scena ubbidendo fedelmente alla scrittura.
Il tempo scenico rappresentato è quello che intercorre tra la presentazione dello spettacolo e il suo inizio. E questa scelta risulta geniale. La sensazione è quella di un minuto che dura tantissimo. È il racconto di uno spettacolo che non inizia mai e quando sembra che qualcosa si sia sbloccato scende il buio in sala ed è già finito, poi solo applausi. Inoltre sono pochissimi gli elementi in scena: c’è una scrittura che sembra mutuata dal teatro dell’assurdo, c’è uno schermo che rimanda a didascalie brechtiane e ci sono due attori, bravissimi, che sembrano presi in prestito dal cinema muto. Alessandro Miele e Consuelo Battiston in scena interpretano le maschere e la regia è affidata al terzo della compagnia, Gianni Farina.
Lo spettacolo si chiude con i due attori che mimano un elefante e una frase lapidaria sullo schermo: “Ecco l’elefante! Lanciate le noccioline!… Ecco fatto, anche il pubblico ha ubbidito!”. Non è solo la scena dove si dimostra per l’ennesima volta che tutti siamo sottoposti a un’entità superiore che per noi vede, sceglie e provvede, ma è la riconquista del patto implicito con lo spettatore che viene finalmente ristabilito. Il teatro è l’unico posto al mondo dove è ancora possibile vedere tutto, anche un elefante (immaginario) a cui lanciare noccioline.


“Invisibilmente”: I Menoventi giocano a nascondino con il Big Brother
La recensione di Rossella Menna

Due maschere. Uno spettacolo invisibile. Uno schermo indiscreto. Un elefante. Noccioline.
Pochi elementi, molte risate. Invisibilmente dei Menoventi conquista il pubblico de La soffitta con uno spettacolo che paventa l’inquietante prospettiva di un occhio onnipresente in stile “Big Brother” Orwelliano.
Costretti a intrattenere il pubblico in attesa dell’inizio dello spettacolo, due malcapitati addetti all’accoglienza, incastrandosi in una riconoscibile cornice meta-teatrale, sfoderano numeri e gag da varietà. Intrappolati dalle luci della ribalta e braccati dall’occhio vigile del pubblico, si lanciano in una disperata gara di creatività nel tentativo di uscire di scena passando inosservati. Con trovate esilaranti, Consuelo Battiston e Alessandro Miele coinvolgono i presenti nell’esecuzione di una nota filastrocca e propongono un minuto di silenzio per uno degli astanti individuato come potenziale moribondo.
Dietro di loro una tabella luminosa rivela al pubblico tutti i retroscena delle azioni. Un elemento, questo, che individua il punto di forza dello spettacolo. A scatenare la risata del pubblico non è la gag in sé, ma il fatto che quella gag venga annunciata qualche istante prima. Suggerendogli ciò che succederà di lì a poco, la regia mette lo spettatore in una condizione di onniscienza. È il caso della giacca tolta in gran segreto, si fa per dire, dalla Battiston, dove non è il gesto del soffiarsi il naso con un indumento o dell’infilarselo in tasca che determina l’ilarità, ma il sapere che dietro quel gesto vi è il goffo tentativo di nascondere qualcosa di evidente. Si ride, insomma, perché si riconosce lo scarto tra l’intenzione e il risultato. Fondamentale la bravura degli attori. Nessuna sbavatura nella gestione dei tempi comici. Il pubblico ride con facilità e nei momenti previsti.
La messa in scena muta colore quando i due si accorgono, finalmente, di essere spiati. La comicità spensierata del primo tempo si riveste di una patina di inquietante senso di impotenza. Inutile il tentativo di distruggerlo l’oggetto di disturbo. «Fuori ci sono altre scritte, e non è una metafora» dice l’attrice. L’essere osservati dal buco della serratura come le donne di Bonnard è una fobia contemporanea molto diffusa.
In chiusura, un elefante mimato dai due artisti, unico residuo dell’annunciato spettacolo, cui il pubblico lancia entusiastico delle noccioline.

Lo spettacolo c’è, e si vede: “Invisibilmente”
La recensione di Michela Mari

Consuelo Battiston e Alessandro Miele accolgono il pubblico all’ingresso della sala, consegnano a ciascuno due noccioline americane, raccomandando di non mangiarle e promettendo una sorpresa finale.
In scena uno schermo luminoso con la scritta “Benvenuti”. Il pubblico si siede e aspetta, ma le luci non si spengono e lo spettacolo sembra non cominciare.
I due attori della compagnia Menoventi vestono i panni di maschere del teatro La Soffitta, che ospita il loro spettacolo InvisibilMente.

Si avverte che qualcosa, probabilmente un guasto tecnico, impedisce l’inizio della serata, e che le due maschere hanno il compito di darne avviso al pubblico. In realtà, ovviamente, tutto è cominciato, ne è la prova lo schermo luminoso.
La scritta di benvenuto scompare, gli attori a bordo palco bisbigliano tra loro mentre sul monitor compaiono le battute di un dialogo a due voci: lamentele per una giacca che fa sentire ingessato, urgenza di scoprire l’origine dei problemi tecnici.
Il mistero è presto risolto. Le due maschere, imbarazzate e impacciate, si scusano del ritardo, ma alle loro spalle il tabellone svela ogni bisbiglio, ogni accordo, ogni frase che si scambiano nel tentativo di organizzare un’improbabile fuga senza essere scoperte dal pubblico.
Il gioco è al tempo stesso comico e rivelatore, o forse comico proprio perché rivelatore di quel meccanismo pirandelliano più volte esplorato nel corso del novecento e comunque ancora attuale, ancora fonte di riflessione.
Il pubblico osserva, legge e ride delle due mosche intrappolate nella ragnatela di parole. Anche le maschere credono di scoprire il trucco e per sfuggirgli smettono di parlare, ma il tabellone ora propone, sotto forma di didascalia, tutti i loro movimenti. Li anticipa, li impone. Gli attori in scena sono in balia della macchina teatrale e accorgersene non basta per evitarla. Anche la presa di coscienza e il relativo stupore sono previsti. Perfino il tentativo di ribellione e il suo esito.
Quando tutto sembra svelato, arriva la sorpresa annunciata all’ingresso. Il pubblico seduto in poltrona, che ha comodamente riso delle due malcapitate maschere, si scopre invischiato nell’ingranaggio, troppo tardi per sottrarvisi.
Uno spettacolo breve, giocato con intelligenza e ironia, che lascia lo spettatore divertito, ma non leggero. Quei sopratitoli che a tratti descrivono e a tratti impongono la realtà sono inquietanti. Forse perché ci ricordano il nostro modo di vivere la vita, apparentemente autonomo e troppo spesso indotto.


“InvisibilMente”… anche la trama!
Menoventi: il voto della giuria
di Angela Sciavilla

Sarà eccessivo e forse affrettato il commento a caldo dello spettacolo InvisibilMente portato in scena dai Menoventi ai Laboratori Dms.
In una scena sgombra da attrezzerie, due maschere imbarazzate accolgono il pubblico, lo invitano a sedersi e aspettare l’inizio dello spettacolo. Raccomandano di spegnere i telefonini, evitare di fare foto e video. Le due figure ansiogene, Consuelo Battiston e Alessandro Miele, salgono le scale della platea per avvicinarsi alla regia: si scusano per il ritardo, c’è un problema tecnico
Tentano di sopperire alla fuga del tecnico-luci con gag, canzoncine, detti popolari, ma anche stralci di ispirazione letteraria.
Si spalleggiano l’un l’altro sulla scena, sono impacciati un po’ goffi; in fondo, non dovrebbero essere loro a esibirsi!
La storia non vuole decollare. Attori e spettatori sembrano incespicati in possibili incipit spettacolari, senza alcun risvolto. Gli sfortunati protagonisti tentano di sgaiattolare dalla scena senza dare all’occhio, sfruttando espedienti di micromimica talvolta geniali e goliardiche convenzioni che divertono il pubblico.
Abilità di regia e tecnica è dimostrata dall’installazione di un proiettore che ci svela i pensieri non-detti degli attori. Lo spettatore onniscente monitora ogni mossa mentale delle maschere, anticipa decisioni, controlla i pensieri.
Però qualcosa cambia. La luce si espande: i due si accorgono di essere spiati, forse manipolati. I loro bisbigli amplificati da un proittore traditore. I sovratitoli non riportano più i dialoghi ma la scansione delle azioni dei protagonisti: sono didascalie di scena e, lentamente, lo diventano anche del pubblico, prevedendo con una certa esattezza risatine e applausi.
Qualcuno da lassù controlla le loro menti e quelle degli spettatori. I Menoventi dicono che sia la proiezione di un Giudizio Universale e i due sono gli sfortunati peccatori.
E se invece, fosse il dito di un regista desposta e tiranno? O di un padre-padrone? Trama e ordito della storia sono così sfumate, che ogni interpretazione potrebbe essere lecita e attinente.
Si scopre che un elefante, impossibile da portare in scena, abbia rovinato l’allestimento; i due sono costretti a prenderne le sembianze.
Dopo la rivelazione, lanciamo le noccioline distribuite all’ingresso, all’elefante come apprezzamento per un favoloso numero allo zoo, o lanciamo le arachidi in segno di disaccordo per il progetto, velato dalla finzione spettacolare?