Marco Smacchia

Perdere la faccia

Niccolò Lucarelli You&News 27/04/2013

Teatro contemporaneo della decostruzione

PISTOIA – «Confessione e bugia sono la stessa cosa. Per poter confessare si mente. Ciò che si è non lo si può esprimere appunto perché lo si è. Non si può confessare se non ciò che non siamo: la menzogna». Da questo paradosso (anche se l’episodio che vi sta dietro è tutto da verificare), prende avvio uno spettacolo nel quale niente è quel che sembra, imperniato sulla suggestione della parola quale mezzo di costruzione di una realtà fittizia, di avvenimenti attesi e mai concretizzati.

Questo è Perdere la faccia – andato in scena il 26 aprile al Piccolo Teatro Bolognini di Pistoia, nell’ambito della rassegna Teatri di confine -, spettacolo realizzato dalla compagnia Menoventi, in collaborazione con il regista Daniele Ciprì, figura non convenzionale della cinematografia italiana. Un incontro fra due forme d’espressione per più di un verso affini, che estendendo i confini della rappresentazione classica è riuscito a indagare la verità attraverso il suo opposto, sviscerarne la natura mendace, o comunque la portata relativa, spostare il perno della percezione della realtà da un assoluto ormai cadavere, a un approccio personalistico, se non addirittura egoistico.

Una drammaturgia ridotta al minimo, con la reiterazione di un singolo episodio – l’introduzione allo spettacolo -, che istilla nel pubblico un sottile senso d’angoscia per un qualcosa che non inizia mai veramente, o meglio si trasferisce su un piano diverso da quello che ci si aspetta. Ben presto si scivola nel grottesco, ed è difficile illustrare la trama di uno spettacolo che si regge soltanto sulla mendace suggestione della parola. Superando la drammaturgia classica, i Menoventi introducono nel gioco la decostruzione esistenzialistica della realtà, con Alessandro Miele e Consuelo Battiston sul palco, a ripetere un’unica scena, perdendo di volta in volta un elemento, fino a quando il caos è completo, con sovrapposizioni di suoni e parole, e mancanza di coordinamento gestuale.

Rita Felicetti interpreta egregiamente lo scomodo ruolo di colei che dialoga con il pubblico, cercando di convincerlo che in realtà “tutto procede bene”, e i diversivi che propone con squisito senso del comico, sono puro fumo negli occhi per tentare si distogliere l’attenzione dalla grottesca situazione che si è creata sul palcoscenico. I suoi maneggi si svolgono con la complicità del pubblico, e la completa indifferenza dei due colleghi impegnati nel recitare la menzogna, reiterando sempre le stesse frasi. Una menzogna che però, alla fine sembra quasi diventare realtà, fino al caos e alla consunzione finali.

Un meccanismo attraverso cui i Menoventi esplorano il meta-teatro drammatico del postmoderno, che coniuga la disperazione borghese tanto cara a Luigi Pirandello e certo teatro contemporaneo che prende le mosse dalle esperienze di Harold Pinter e Samuel Beckett; il cortometraggio tante volte annunciato e mai proiettato istilla nel pubblico la sottile angoscia dell’attesa di un immateriale Godot, ovvero di quel viscerale bisogno di certezze che l’uomo ha sempre avvertito, ma che è destinato ad andare deluso. Così come l’assenza di scenografia ricorda quel “muoversi nel vuoto” che Pinter ha concettualmente indagato in più di un’occasione.

Ma andando oltre gli eleganti e apprezzabili intellettualismi, la pièce è anche una riflessione sul caos di parole che ogni giorno sommerge l’opinione pubblica; quanto è attendibile ciò che vediamo e sentiamo ogni giorno, a cominciare dalle notizie che appaiono sui giornali o in televisione? E ancora, una caustica satira della realtà italiana, in particolare di una politica che da venti anni ha vissuto di menzogne, fino a quando arriverà (o è arrivato), il momento di gettare la maschera.

Chiuso il sipario, meritati applausi per un maturo esempio di teatro contemporaneo, che rinunciando a un allestimento classico, ovvero completo della scenografia, punta tutto sulla parola e l’espressione facciale, una maschera ora comica e ora tragica, che però alla fine è destinata a cadere, andando oltre il teatro di Pirandello e inserendosi a ragione nel dibattito sul teatro contemporaneo. Applausi meritati, ripetiamo, poiché è raro riscontrare, nella drammaturgia emergente, originalità e concettualità. Il che dimostra, anche, la bontà del percorso intrapreso dal Teatro Manzoni, che propone il palcoscenico come spazio vitale di dibattito e confronto.