Marco Smacchia

Postilla

Graziano Graziani Carta n°35 09/10/2009

SCENDERE A PATTI COI MENOVENTI

All’inizio si viene accolti in una sorta d’ufficio da una persona elegante e affabile, ma anche un po’ inquietante, che ci spiega che occorre sbrigare una piccola formalità: cedere l’anima al diavolo in cambio della visione dello spettacolo. Un po’ poco, si potrà obiettare, ma per chi non firma l’unica alternativa è non assistere alla piéce. Potrebbe sembrare un classico congegno d’arte concettuale, dove si dà corpo a un concetto astratto (la facilità con cui “ci si vende” al giorno d’oggi); ma «Postilla» della compagnia Menoventi – spettacolo a cui accede un solo spettatore alla volta – è qualcosa di più complesso. Per chi si avventura in questo “viaggio infernale”, dove risuona ossessivamente il nome che spicca sul contratto, si schiude allo stesso tempo un meccanismo basato sulla colpa che l’atmosfera dalle tinte horror alla Lucio Fulci, sapientemente orchestrate dalla regia di Gianni Farina, sa istillare nel profondo. E se da un lato questa discesa agli inferi a più quadri ci ricorda il legame biblico tra conoscenza e dannazione (il riferimento alla mela in grado di sbloccare un “sistema statico” è più che eloquente), è però il gioco del teatro nel teatro, dello spettacolo nello spettacolo, e del protagonista che è lo stesso spettatore – che rimanda, anche visivamente, agli inquietanti paradossi del cinema di Lynch – a costituire il vero asse della piéce. Perché nella società dello spettacolo, dove i confini del concetto di realtà (e, a catena, quello di verità e di morale) sono continuamente spostati in una sorta di infinita ricontrattazione, è il nostro continuo stare al gioco che delimita la “perdita dell’innocenza”. Un prezzo che se da un lato ci spalanca le porte del mondo-spettacolo, dall’altro coincide con l’incapacità di agire su di esso rivoluzionandolo (anche semplicemente inceppando il meccanismo, rifiutando di entrare). Poco importa, allora, se l’eco faustiana è più un riferimento letterario che religioso, e che quindi fa leva sostanzialmente sulle paure irrazionali e superstiziose che cerchiamo di nascondere in un angolino buio del nostro io; perché è proprio l’angoscia sottocutanea che sa innescare «Postilla», quella reazione irrazionale ma viva e reale, a sbalzarci fuori dal nostro raziocinante e abituale “stare al gioco”, costringendoci a guardare questo riflesso pavloviano della nostra contemporaneità da un punto di visto nuovo e inaspettato.
È la leva che gioca sulla paura e sull’irrazionale a proiettarci di colpo in un sistema di valori che all’inizio non era stato preso in considerazione. La reazione spontanea, allora, è cercare di rimediare, e la piéce ci viene incontro: il telefono squilla, e con voce asciutta chi ci ha accolto all’inizio ci spiazza con l’offerta di riscattare il contratto. In che modo? Chi ha soldi, paga, e chi può scrivere…
I Menoventi hanno portato «Postilla» di recente al festival EsTerni nella cornice del teatro municipale, e a Torino nell’ex cimitero di San Pietro in vincoli, riadattando di volta in volta lo spettacolo alla suggestione dello spazio. Questa nuova tappa dimostra la rara capacità di questa  compagnia di Faenza (composta, oltre che da Farina, da Consuelo Battiston, Alessandro Miele e Alessandro Cafiso) di confrontarsi con i più disparati ambiti del teatro, dal registro comico al drammatico, dal teatro d’attore alla riscrittura del rapporto tra chi guarda e chi va in scena, che uno spettacolo “immersivo” come «Postilla» offre dal punto di vista sia drammaturgico che propriamente fisico.