Marco Smacchia

InvisibilMente

Claudia Cannella HYSTRIO 01/02/2010

Quando è uno schermo a dare spettacolo

Due malcapitate maschere di qualche sgangherato teatrino – Consuelo Battiston e Alessandro Miele in abito nero d’ordinanza – si trovano a far fronte a un imbarazzante impasse. Sovrastati da uno schermo, su cui compare la scritta «Benvenuti!», i due annunciano al pubblico l’imminente inizio di uno spettacolo e di una grande sorpresa finale. Ma nulla accade. Tutto ciò che comunicano agli spettatori, come cause del ritardo o per riempire l’attesa (dai problemi tecnici alle caratteristiche del teatro), non fa altro che aumentare il disagio. Non solo. Lo schermo sembra animarsi di vita propria e comincia a descrivere e a commentare le loro azioni, mandandoli in crisi. Ora è lui, lo schermo, a diventare il vero
protagonista dello spettacolo. Ammiccando un po’ a Orwell e un po’ a Pirandello, i Menoventi azzardano l’affondo in temi epocali, come quelli dello scarto tra realtà e finzione, tra ruoli codificati e loro ribaltamento, ma anche del vuoto esistenziale sotteso ai mondi artificiali creati dalla tv. Già, ma questo mondo preconfezionato, apparentemente rassicurante, ora si erge a giudice delle nostre (non) azioni. Sorta di Golem del nuovo millennio, che usa la forza mediatica come strumento per spodestare le certezze dell’uomo-demiurgo, lo schermo comincia a dettare le regole di fruizione dello spettacolo, mettendo in fuga le due maschere imbarazzate e impaurite. Si ride, ma con inquietudine crescente, delle gags slapstick della coppia Battiston-Miele, perché, alla fine e quasi senza accorgercene, di questo giochino apparentemente innocuo diventiamo complici (vittime?) proprio noi spettatori. Benché con il respiro un po’ corto del “frammento”, tanto di moda fra le giovani compagnie, è innegabile che questo InvisibilMente sia un lavoro arguto, di personalissima cifra e godibile a più livelli di profondità, soprattutto perché – merce rara in questi tempi di ottuse seriosità pseudointellettuali! – riesce ad affrontare questioni molto serie col valore aggiunto della comicità, della verve surreale e di una gustosissima (auto)ironia.