Marco Smacchia

Perdere la faccia

Luigi Scardigli Quarrata news 27/04/2013

Perdere la faccia al Teatro Bolognini

PISTOIA. Buona la prima. No, la seconda. Meglio la terza. Forse. Andiamo con la quarta, via. Chi è quella tipa assurda che entra in scena vestita in quel modo? È pazza; no, finge di esserlo, ma lo fa benissimo. Ma non è uno spettacolo, dai; che diavolo stanno facendo quei tre sul palco?
Non è uno spettacolo, è vero: è lo spettacolo. Perdere la faccia, in scena ieri sera al piccolo teatro Bolognini, più vuoto che pieno, senza pessimismo alcuno, ho continuato a vederlo anche fuori, soprattutto fuori, poco lontano dall’edificio dove per quaranta minuti circa Consuelo Battiston, Alessandro Miele e Rita Felicetti hanno finto di iniziare e riiniziare una rappresentazione che non è mai andata in scena, annunciando uno show che non è mai iniziato, perché ci siamo dentro, tutti, fino al collo e non ce ne rendiamo conto, o così preferiamo credere.

E per questo ridiamo in modo sconsiderato all’inizio e poi improvvisamente smettiamo, perché la verità è una menzogna vista dall’altra parte e il foglietto caduto al bar ad una ragazza che non siamo riusciti a rivedere per consegnarglielo, è quello che gli altri ci dicono e che riusciamo a capire solo quando il nostro interlocutore si è ormai stancato e ha deciso di lasciarci.
Appena uscito dal teatro ho incontrato una signora che osservava gioielli in una vetrina vuota, ma illuminata; al suo fianco, seraficamente accucciato, un cucciolo di cane, buonissimo. È un lagotto emiliano, è un cane da tartufi – ha detto fiera la padrona che ha finto di interagire, iniziando a scorrere sul proprio cellulare alcune immagini –: l’ho fatto depilare, lo faccio una volta all’anno.
Buonanotte signora.
Ah, vabbè, le foto con il pelo ve le faccio vedere un’altra volta!
Pensando allo spettacolo al quale avevo assistito un attimo prima, secondo di quattro appuntamenti di Teatri di confine, la coda primaverile dell’Atp con la collaborazione di Fondazione Toscana Spettacolo, realizzato dalla compagnia Menoventi, a cui Daniele Ciprì ha affidato il suo cinico teatro, mi sarebbe venuta voglia di tornare da quella signora ed esordire nuovamente come avevo fatto un attimo prima: le risposte, probabilmente, sarebbero state le solite. E così avrei forse potuto continuare tutta la notte, come del resto avrebbero potuto imperversare per molto altro tempo ancora Consuelo, Alessandro e Rita, falsi presentatori del loro inesistente spettacolo, reso ancor più surreale da un festeggiamento in corso, il compleanno di Consuelo, con tanto di torta munita di candelina, giochi pirotecnici e trombette distribuite al pubblico, dopo l’acqua, naturale e gassata e una totale disinterpretazione dei ruoli da parte dei protagonisti, che escono ed entrano nei loro abiti, indossabili comunque, anzi, per forza e dai quali non si può uscire nemmeno a recita finita, nemmeno se la telefonata in diretta con Ciprì in realtà è registrata, nemmeno se la platea ristagna, si sposta, si nasconde, se il pubblico se ne va, come marionette imbottite di pile scariche che sbattono contro i bordi di una scatola di cartone per poi caracollare a terra, facendo gli stessi movimenti.
È un teatro di nicchia, quello proposto dallo staff del Manzoni come fine-fine-stagione, un fuori programma fuori dal coro, dagli abbonamenti, dai gusti, lontano dal mercato, dalle compravendite, una danza scoordinata, una scenografia inesistente, uno schiaffo al teatro e alle sue secolari intuizioni, che son divenute biglietti, contratti, personaggi famosi.
Come stai, Luca? chiedevo spesso ad un mio amico di Roma quando ci incontravamo.
Male, non sono mica stupido, mi rispondeva puntualmente.