Marco Smacchia

Perdere la faccia

Matteo Vallorani Altrevelocità 16/07/2011

Perdere la faccia

Come confessare un cortometraggio che non si può dire? In che modo raccontare un incontro artistico, come quello tra Menoventi e Daniele Ciprì, tale da non poter essere messo per iscritto? Le mie parole raccontano qualcosa che è stato: devono fare i conti con la menzogna che portano in sé. “Confessione e bugia sono la stessa cosa. Per poter confessare, si mente”.
Perdere la faccia ha la forma di una presentazione, di un dialogo tra i suoi protagonisti e chi sta seduto nelle poltrone del cinema, ma bastano pochi minuti e questa comunicazione salta. Davanti allo schermo scorrono immagini ripetute, a compiacersi di se stesse, a non dire niente, rivolte a nessuno. Consuelo Battiston e Alessandro Miele vengono intrappolati in una macchina cinematografica costruita sulla riproduzione identica e ostinata di parole e gesti. Tutto viene schiacciato su due dimensioni e non c’è più spazio per la profondità, il senso, il vero: tanto un insipido dialogo convenzionale, quanto la ricchezza polisemantica di un aforisma kafkiano, rimbombano di vuoto nella moltiplicazione. Il pubblico che aveva partecipato si trova di fronte un muro, un vicolo cieco, capisce il meccanismo e se ne distacca. È ormai lontano quando interviene una ragazza che, da dentro, osserva i protagonisti come se fosse una vera spettatrice. Conquista subito la simpatia del pubblico per poi riportarlo nella menzogna rappresentativa precedente: l’attenzione torna così agli attori, ma passando attraverso i suoi occhi la finzione si raddoppia. Per la prima volta guardiamo sul serio. Il pianto della Battiston è esplicitamente indotto con irritazione oculare, la voce non trema di commozione, ma mai come in quel momento pendiamo dalle sue labbra, mai come in quel momento le sue parole ci appaiono tragiche, profondamente vere. “Ciò che si è non lo si può esprimere, appunto perché lo si è; non si può comunicare se non ciò che non siamo: la menzogna”; ma l’attore sembra doverne mostrare il rovescio: non chiudersi nel circolo vizioso del linguaggio, ma prendersi cura della menzogna, unico strumento a nostra disposizione per mostrare una verità, per riuscire a vedere la carne in un’immagine, la vita nella rappresentazione. Anche se nel raccontarlo, forse, ho detto una bugia di troppo.