Marco Smacchia Davide Di Lascio Altrevelocità 15/07/2012

Menoventi: sottrazioni e unità di misura

Menoventi gradi, Menoventi minuti, Menoventi metri. La ricerca che il gruppo teatrale faentino conduce da diversi anni potrebbe riassumersi in un cambiamento progressivo di unità di misura. Con quel meno davanti a indicare una temperatura, un tempo, uno spazio che manca, per arrivare all’obiettivo, alla meta. Consuelo Battiston, Gianni Farina, Alessandro Miele iniziano il loro inseguimento all’unità di misura ideale nel 2005 dopo aver collaborato alla realizzazione dello spettacolo Salmagundi diretto dal Teatro delle Albe. L’esperienza con Marco Martinelli è importante per l’acquisizione di strumenti di lavoro utili ad affrontare percorsi di drammaturgia personali, rapportandoli a una propria sensibilità. Il 2006 è l’anno del debutto con In festa, un lavoro dalla lenta gestazione che ha come fulcro la scena, luogo ove nasce, cresce e si sviluppa la loro opera. Lo spettacolo è il termometro degli artisti. Rivela un freddo esistenziale che il rito tenta di sopire. L’abbondanza della festa non sconfigge il vuoto della mancanza. Rimane il disagio della norma che bussa continuamente alle porte della storia. Farina cura la regia, Battiston e Miele misurano, con i loro corpi, i gradi sulla scena. Il 2007 è l’anno di Semiramis, leggendario personaggio femminile dalla personalità complessa. I Menoventi sono ispirati da La hija del aire, un testo di Calderón de la Barca. Un certosino lavoro di smembramento e decostruzione della storia permette loro di arrivare alla propria Semiramis. Consuelo Battiston è sola con il suo personaggio in balìa del pubblico al quale si mostra. È lei stessa la sua storia, nata dalla violenza e portatrice di violenza. Semiramis è una regina che lotta contro il potere, moltiplica e interagisce con le proiezioni di sé con fare schizoide. Il pubblico è interrogato dalla storia e dalla protagonista, arrivando nella parte conclusiva a sentirsi parte del medesimo delirio.

Con Invisibilmente del 2008 si assiste a un cambiamento di unità di misura pur sempre contrassegnata dal segno meno. Questa volta la distanza è espressa in minuti. Quelli che separano gli spettatori, divenuti progressivamente scrigno di domande vecchie e nuove, dal luogo degli attori. L’attesa dell’accadimento si trasforma in spettacolo. Consuelo e Alessandro ingannano il pubblico due volte, e se lo spettatore accetta di buon grado l’inganno del sedersi in platea, viene diversamente spiazzato dalla trappola dell’attesa alla quale non è evidentemente preparato. Lo spettacolo è tutto nel suo mancato inizio, nell’impossibilità della sua realizzazione, nell’ansia di vedere, di assaporare, di godere senza riuscire ad afferrare l’oggetto del desiderio. Menoventi diventano metri, distanza spaziale nei tre successivi lavori. Il trio riflette sulle cornici e realizza Postilla nel 2009, Perdere la faccia nel 2010 e L’uomo della sabbia nel 2011. Le cornici del teatro, del cinema, del pubblico, della realtà. Ancora una volta al centro c’è lo spettatore: in Postilla è solo, costretto a firmare un contratto in cui vende l’anima per poter vedere lo spettacolo e potervi partecipare, attraversando diversi piani, sapientemente studiati e architettati da Farina per provocare una sensazione di perdita di controllo davanti alla finzione del teatro. Nuovi strumenti e tecniche si fanno spazio nel bagaglio artistico della compagnia faentina, frutto di contaminazioni con altri linguaggi. Ciprì, regista cinematografico, firma la regia di Perdere la faccia. Un tentativo di fare il verso al cinema innescando meccanismi ripetitivi come il loop, che si rivelano però uno smascheramento di fronte al pubblico, negando a se stessi e agli spettatori la natura effimera del teatro.

L’ansia di risposte che non arrivano, ossessioni che si risolvono in altre ossessioni sono le stanze de L’uomo della sabbia. L’omonimo testo di partenza è di Hoffmann, decostruito tramite un montaggio di chiaro stampo cinematografico. Qui i metri di distanza che si vogliono annullare forse sono più di venti. La platea è anch’essa una cornice che assiste al mischiarsi, senza soluzione di continuità, di stanze e ambienti sul palcoscenico. I personaggi ripetono costantemente le stesse azioni, ingranaggi di un meccanismo che pare muoversi per inerzia. Farina crea una proiezione dello spettatore, una figura estranea alla vicenda che mangia banane e si presenta a tutti col suo nome. È Claudio, un malcapitato, un accidente. Stenta a ritrovarsi, eppure interagisce con ogni personaggio. Il pubblico è quasi invidioso, vorrebbe provare anch’esso le emozioni di Claudio, quello spaesamento, quella meraviglia, quello stupore, quella paura. Invece rimane dov’è, nella sua cornice, distante da ciò che vede perché arresosi alla finzione del teatro. Anche qui i livelli sono molteplici e spesso si tenta di sovrapporli, ma ogni tentativo risulta vano. La macchina prosegue, va avanti, inesorabile. Le domande restano, tutte lì, una in fila all’altra. Non trovano pace. Non riescono a uscire dal labirinto. Vengono risucchiate al loro interno. Non c’è adattamento, non c’è cambiamento, ognuno resta al suo posto. Ben saldo. Tranne Claudio, l’unico che rifiuta di accettare la menzogna del teatro e ha l’opportunità di scegliere su quale piano stare, quale cornice abitare. Ma la paura è forte, la storia lo ha accolto. Si sente al sicuro, è diventata casa sua. Sceglie di farsi inghiottire perturbato dall’ignoto. E il pubblico? Cosa sceglie il pubblico quando può uscire dalla propria cornice? È forse questa la domanda, la distanza, il meno che continua a cambiare unità di misura senza trovare pace, rimanendo un menoventi.