Marco Smacchia Bruno Bianchini Krapp's Last Post 21/11/2011

Menoventi. Per una ricerca teatrale non pre-meditata

Menoventi era la temperatura della sala prove in cui questa compagnia, formatasi lungo la bisettrice Pordenone – Faenza – Pompei, rispettivamente città d’origine di Consuelo Battiston, Gianni Farina e Alessandro Miele, cominciava a muovere i primi passi. Parliamo di una carriera artistica originatasi, almeno nelle intenzioni, dall’incontro avvenuto in occasione del progetto Salmagundi del Teatro delle Albe, datato 2004, a cui i tre Menoventi lavorarono come attori.
Nel corso degli anni il trio ha creato e gradualmente continua ad affinare il proprio linguaggio teatrale concretizzatosi, ad oggi, nella produzione di sei spettacoli.

In questo documento filmato, che risale all’edizione 2011 del Festival delle Colline Torinesi, ci siamo concentrati su due fra i primi lavori del gruppo: “In festa”, del 2006, e ” Invisibilmente”, del 2008 che, come ci ha confermato Gianni Farina, continuano ad essere mantenuti in repertorio per questioni di affetto ma anche in virtù di una crescente attenzione nei confronti del lavoro della compagnia.

Con Gianni abbiamo parlato anche dei ricordi dell’esperienza con Ermanna Montanari e Marco Martinelli, che ha visto come ideale punto di approdo l’ultima edizione di Santarcangelo Festival, diretta proprio dalla Montanari, dove i Menoventi sono stati protagonisti di un cortometraggio, “Perdere la faccia”, diretto da Daniele Ciprì (che all’epoca dell’intervista doveva ancora essere girato) e del radiodramma “Il contratto”, lavoro che è possibile ascoltare dalle pagine web della trasmissione Pantagruel di Radio 3.

Un’idea di teatro, quello di Farina, Miele e Battiston, che riconosce fra i principali riferimenti, almeno per ciò che concerne i lavori iniziali, il teatro dell’assurdo, ma si orienta nel prosieguo ad un approccio scenico aperto, che si muove con disinvoltura dalle arti visive alla letteratura di fantascienza, dalle atmosfere tipicamente orwelliane fino alla sociologia o al romanticismo tedesco (nel loro ultimo lavoro dal titolo “L’uomo della sabbia”) ma che, come linea ideale, si desidera “che accada”.
Come il tema ricorrente del controllo “che torna sempre, anche se non lo vogliamo – afferma Farina – Dunque alla fine cerchiamo di veicolarlo e non solo subirlo”. Componenti non pianificate, autonome, di casualità, che Menoventi finiscono per cercare di includere nella creazione teatrale rifacendosi (ma senza prendersi troppo sul serio) al processo stocastico di Bateson, studioso britannico che teorizzò come, nell’evoluzione di un organismo (includendo in questa definizione anche lo sviluppo del pensiero e le idee alla base di un’evoluzione creativa), svolga un ruolo fondamentale la componente casuale.
Nel caso della compagnia, uno strumento supplementare per agevolare l’emergere dell’elemento sconosciuto, inatteso, inconsapevole, nel presupposto di una “rinuncia a pre-meditare una forma”.

Vi lasciamo dunque alle parole di Gianni Farina, che ringraziamo insieme a tutta la compagnia per la disponibilità e la tranquillità (nonostante le minacce climatiche che hanno reso difficoltosa questa intervista), con cui è stato possibile chiacchierare e confrontarsi senza troppe sovrastrutture formali.

Per chi desiderasse seguirli dal vivo (la compagnia è appena rientrata da tre date al Théatre National de Bretagne) l’appuntamento più vicino è quello al Teatro Comunale Giuseppe Verdi di Pordenone con “L’uomo della sabbia – Capriccio alla maniera di Hoffmann” il 9 dicembre prossimo.

Infine, ci fa piacere segnalare che Menoventi è fra i dieci candidati alla prima edizione del Premio Rete Critica. Un’ulteriore conferma, insomma, dell’interesse e dell’apprezzamento nei confronti della compagnia da parte di pubblico ed addetti ai lavori.