Marco Smacchia

Perdere la faccia

Rodolfo Sacchettini Lo Straniero 01/11/2011

Menoventi che crescono

In Postilla, pensato per uno spettatore alla volta, per poter assistere allo spettacolo di Menoventi si era obbligati a firmare un contratto con il quale si “perdeva l’anima”, cedendola al diavolo. In InvisibilMente due maschere di sala intrattenevano il pubblico prima dello spettacolo che, per improvvisi problemi tecnici, non iniziava mai, per sempre perduto. Nell’ultimo lavoro superficie e profondità si guardano nuovamente allo specchio, ma quel che si perde questa volta è la “faccia”.
Portando avanti un’idea di teatro a scatole cinesi, cioè di una scena inafferrabile che continuamente rimanda a qualcosa di più profondo che non arriva mai, Menoventi raggiunge qui davvero un apice di grazia e di spudoratezza molto raro di questi tempi.
L’idea è sorprendente e la sveliamo convinti che l’effetto meraviglia non sia determinante. Perdere la faccia, prodotto da Santarcangelo 41, si presenta come l’incontro della compagnia romagnola con il mondo del cinema: Menoventi con la regia di Daniele Ciprì ha infatti realizzato un cortometraggio che viene mostrato al pubblico. Consuelo Battiston e Alessandro Miele, i due attori, di fronte allo schermo cinematografico presentano il cortometraggio salutando il regista in collegamento telefonico. Si lancia il cortometraggio e si rimanda all’incontro che avrà luogo subito dopo la visione.
Cala il buio, passano secondi interminabili, ma non succede nulla. Si riaccendono le luci, riappaiono i due attori di fronte allo schermo che ripetono esattamente la stessa scena, compreso il dialogo con la voce al telefono di Ciprì.
Cala nuovamente il buio, ma il cortometraggio non parte. Iterata una decina di volte con piccole, ma incisive variazioni, la scena si trasforma nell’ossessiva presentazione di un vuoto, perché il cortometraggio non inizierà mai. Con quest’ultimo lavoro il teatro di Menoventi si conferma come teatro costantemente in bilico: sporgendosi dal proscenio verso il pubblico, si indica al contempo il buio e il vuoto che dietro sempre si nasconde. La profondità del teatro rimane occlusa e si assiste a un movimento sottile e lineare che dà vita invece a una sorta di quarta parete vivente. E il teatro di Menoventi è fisicamente la quarta parete. I due attori sembrano imprigionati in una sorta di loop e una terza attrice (Rita Felicetti), proveniente da chissà quale mondo, commenta e compatisce le loro azioni, anche lei in bilico: da una parte consapevole di un meccanismo bloccato e allo stesso tempo complice di uno spettacolo assurdo.
L’originale idea di Menoventi si incarna perfettamente nei volti e nei corpi degli attori che, nella ripetizione delle scene, intraprendono un percorso quasi di disfacimento. I movimenti sempre uguali variano unicamente per incidenti di percorso e per alcuni dettagli apparentemente irrilevanti – come ad esempio cappellini e trombette da festa infantile – che vanno ad accrescere un profondo sentimento di angoscia.

Ed è proprio l’angoscia la condizione che riescono a suscitare, perché ci si immerge nel virus della “finzione”, intesa non solo come consueta rappresentazione teatrale, ma anche come dimensione sempre più pervasiva della vita. È tutto finto – sostiene Menoventi – tranne il disfacimento di questi due attori che pur nell’estenuazione meccanica della ripetizione riescono a mantenere vivo un lontano e terribile barlume di umanità. Perdiamo la faccia senza molte consolazioni rispecchiandoci nel volto disperato di Consuelo Battiston, che sembra davvero rimandare a una stanza chiusa entro cui tutti siamo finti protagonisti, bloccati in una mondanità fasulla e mortifera. Perdere la faccia di Menoventi, insieme a pochi altri spettacoli, sembra un antidoto in questi tempi drogati dalla retorica dei finti sentimenti, delle finte ricerche, dei finti dolori.