illustrazione di di Marco Smacchia

L’uomo della sabbia

Giulio Sonno Paper Street 17/09/2014

L’Uomo della Sabbia – Gianni Farina

Nella vita di tutti i giorni può capitare che all’improvviso l’oliato meccanismo della normalità si ingolfi e lasci insinuare impercettibili anomalie: uno sconosciuto dal volto stranamente familiare, un barbone che sembra chiamare il vostro nome, un tram su cui, assorti, dimenticate di salire. Stravaganze, impressioni, dejà vu, chissà. Talvolta, però, accade che le coincidenze si susseguano, andando a disporsi una dopo l’altra in una sorta di percorso: distratti perdete il tram, un barbone vi chiama per nome, vi indica uno sconosciuto, colti da strane forze cominciate a seguirlo e, insomma, qualcosa di surreale prende forma. Ora, aggiungete a tutto questo un pizzico di fantastico, di inquietante e di soprannaturale – lo sconosciuto è il misterioso protagonista dei vostri sogni, il barbone un parente da tempo defunto -, ed ecco che avrete Hoffmann.
In apertura a Teatri di Vetro, la compagnia Menoventi porta in scena L’uomo della sabbia, forse il racconto più celebre dello scrittore tedesco, ma evidenzia: “Capriccio alla maniera di Hoffmann”. Cosa significa? In termini più moderni “Hoffmann alla maniera di Hoffmann” si potrebbe tradurre con Bacon o Lynch, ma Consuelo Battiston, Gianni Farina e Alessandro Miele fanno a meno del citazionismo (tutt’al più lasciato allusivo) e optano per una rivisitazione originale ma pur fedele: la loro infatti non è tanto un’operazione di svecchiamento, bensì una deformazione à la Hoffmann per raccontare Hoffmann stesso, una camera obscura tutta contemporanea che restituisce quasi vera e tangibile la distorsione della distorsione, vale a dire una proiezione formale e psicologica delle visioni oniriche del romanticismo nero.
Si parte da una mise en abyme, un sipario nel sipario: nel primo va in scena il racconto, nel secondo la dimensione interiore, subconscia, oscura; ma c’è anche il boccascena, l’”aldiquà” del sipario, il luogo dove il capriccio prende forma e si manifesta – a chi appartenga veramente tale spazio è il quesito lasciato in consegna al pubblico. Guardiano di questo limbo è la splendida Battiston, che come il diavolo nel campanile di Poe viene a infestare la scena: sposta gli oggetti, altera l’ordine, esaspera i ritmi, dispettoso deunculus ex machina disordina tuttavia con metodo, applicando un taglio intelligentemente fontaniano alla distorta narrazione gotica.
Il regista Farina, infatti, non si limita a uno spettacolo visivamente intrigante, ma spinge la proiezione caleidoscopica anche su un piano concettuale. All’interno del seppur manomesso racconto di Hoffmann, viene inserito un uomo moderno, un individuo qualunque, che senza saperne il motivo si ritrova trasportato nella storia: prima incredulo, poi scettico, questi finirà per piegarsi remissivamente all’illusione collettiva arrivando a recitare le battute altrui come dominato da una forza più potente della sua volontà. Ecco allora che il gioco di specchi dell’artista tedesco acquisisce una valenza moderna, per cui Olimpia – l’automa dalle sembianze umane – diventa sineddoche della condizione moderna, di un’incapacità a vedere le cose per quelle che sono, di un’individualità ottusa dalle lenti distorte dei demiurghi mediatici. Tanto da spingere a domandarsi: cos’è più minacciosa, la visione del capriccio di Menoventi o quella che attende fuori le porte del teatro?