illustrazione di di Marco Smacchia

L’uomo della sabbia

Roberto Canavesi teatroteatro.it 09/06/2012

L’uomo della sabbia

Capriccio alla maniera di Hoffmann

Inserito all’interno della raccolta Notturni di E.T.A Hoffmann, ha qualcosa di diabolicamente perverso L’uomo della sabbia della giovane compagnia Menoventi: un racconto dalla struttura articolata che affronta il tema dell’ambiguità e indaga il meccanismo della ripetizione, ambito molto studiato dall’intellighenzia europea tra Otto e Novecento se è vero che lo stesso Freud prese ad esempio lo scritto di Hoffmann per il suo saggio Il perturbante.

Nella rielaborazione scenica firmata da Gianni Farina, il tutto diventa un labirintico insieme di matrioske, con una narrazione volutamente sospesa che spiazza progressivamente lo spettatore trascinandolo in un atmosfera indefinita: a chi assiste non è concesso di capire cosa stia succedendo, perché non appena hai la sensazione di aver colto il nesso logico del racconto, proprio in quel momento tutto ricomincia, e come all’interno di un percorso costellato da specchi rifrangenti, ci si ritrova al punto di partenza. Un continuo ribaltamento che in scena si manifesta nell’ininterrotto incedere di personaggi impegnati a recitare una scena, per poi subito ripeterla con piccole varianti, con un doppio sipario in proscenio e sul fondo a scandire con rapide aperture e chiusure il non tempo di un ritmo dai contorni onirici.

Regista degli spiazzanti automatismi è Coppelius, l’uomo della sabbia, diabolico burattinaio che muove i fili del giovane studente Nataniele e della fidanzata Clara, del dottor Spallanzani come della figlia Olimpia, o di un goffo individuo, con tanto di banana in mano, che del tutto estraneo al racconto si trova a più riprese ad interagire con l’azione scenica: un impianto teatrale spiazzante che richiede agli interpreti lo sforzo di una sintonia di tempi ed azione pressoché perfetta, poiché nulla è lasciato al caso e dove la stessa recitazione sembra essere finalizzata al maniacale rispetto dei ritmi dettati da un oscuro ed invisibile metronomo.

In questa direzione si muovono con bravura Consuelo Battiston, Alessandro Miele, Francesco Ferri, Tamara Balducci, Mauro Milone e Tolja Djokovic, proiezioni visive di un inconscio collettivo che se a tratti spiazza e destabilizza, è anche in grado di divertire con il suo inquietante carico di grottesco.