Marco Smacchia

Perdere la faccia

Graziano Graziani Paesesera 07/06/2012

L’arte di decostruire

Menoventi, Opera e Andrea Cosentino

Durante la prima settimana di Teatri di Vetro – festival romano alla VI edizione, che si svolge in maggio tra il Teatro Palladium e i suggestivi lotti della Garbatella – si sono succeduti tre spettacoli molto diversi tra loro, accomunati però da una tensione comune: la decostruzione. Attenzione, però, non si tratta del gusto per il frammento e per la disintegrazione della forma che ha attraversato molta scena degli anni Novanta. In questi tre lavori – in linea con quanto accade in una fetta significativa della scena degli anni Zero – l’obiettivo è un altro. Smontare la scatola, rompere il giocatolo, far vedere allo spettatore (anzi, vedere assieme allo spettatore) cosa c’è all’interno del meccanismo della comunicazione (in questo caso) teatrale, e delle retoriche del racconto.
I Menoventi si muovono in quel vasto ambito che è il post-drammatico, ragionando con «Perdere la faccia» sul tema della menzogna [vedi recensione]. Ma lo fanno da un’angolatura particolare, che è l’intersezione tra il cinema e il teatro. Realizzato con la complicità di un regista fuori schema come Daniele Ciprì, di cui si presenta l’opera nata dalla collaborazione con la compagnia faentina, «Perdere la faccia» vira in breve verso un congegno a effetto (che preferiamo non svelare, per non togliere il gusto a chi andrà a vedere lo spettacolo). Al centro del congegno c’è la riproduzione, elemento ovvio nel cinema e meno ovvio nel teatro, dove diventa reiterazione ossessiva di una scena che, dapprima ha un sapore comico, ma ben presto devia nel grottesco e perfino nell’allucinatorio, verso atmosfere dalle tinte lynchane. Ma la presenza di un’attrice fuori dal meccanismo (Rita Felicetti), che si rivolge direttamente al pubblico commentando il progressivo sfaldamento dell’artefatto teatrale, dà un nuovo significato al “fake” che apre lo spettacolo. La menzogna, che sembrava un puro divertissement per trascinare il pubblico in un gioco ironico, diventa prepotentemente il tema dell’intero spettacolo. È in questo passaggio che la menzogna, da simulazione e inganno, può convertirsi in un patto comunicativo con lo spettatore, dove la finzione – proprio perché esplicita e condivisa – si trasforma in meccanismo di conoscenza. Di cosa? Del carattere mediato, artefatto, che è dietro ogni costruzione artistica, ogni narrazione, ogni pretesa verità.