Marco Smacchia

Semiramis

Consuelo Battiston Altrevelocità 15/01/2010

La Parola Attore

Semiramis è un luogo. Un cervello bianco di piastrelle lucide, che si estende nello spazio tra due quinte e qui accade, diviene, fuoriesce. Nello spazio-tempo che assume e che riempie variando senza sosta il grado di presenza, misurabile in qualità intensive, è sempre sul punto di cedere alla pressione interna, di traboccare oltre l’orlo. Le pareti si imbrattano, si aprono varchi, la regina corteggia il confine insuperabile che separa la scena dalla platea: basta un passo avanti ed è scacco matto. Come vivi qui, tu che ci abiti? Come poi ne esci, per entrare nel teatrino farsesco di InvisibilMente, nella maschera quasi “tutta esteriore”, indossando un “carattere” e non più forse abitando un personaggio?
Per noi che guardiamo l’attore (all’attore vorremmo chiedere questo) è un limite, qualcuno che gioca (play) con il dentro e il fuori, qualcuno che c’invita a fare lo stesso, qualcuno che ci dice che dentro e fuori è una questione cruciale, a volte tanto cruciale da richiedere una terminologia personale, quasi reinventando i termini del problema. Come senti su di te queste parole, dentro e fuori? (Altre Velocità)

Dentro e fuori
Dentro e fuori è una questione che per l’attore è essenziale. Come gestirla è il volere che l’opera, nella sua specificità, richiede. Non c’è un modo, ogni lavoro ne presuppone uno specifico.
Per esempio in Semiramis ed Invisibilmente il lavoro d’attore parte da presupposti molto diversi e dunque anche il risultato lo è. Anche il modo di procedere cambia se in scena si è da soli o in due.
Se sei solo il rapporto col il dentro e fuori può essere in continua alternanza e improvviso, non c’è bisogno di accordarsi con un altro ritmo ma solamente con il proprio. Quando si è in due nella scena, la relazione deve trovare degli equilibri e in Invisibilmente essa è tra due “fuori”, non ci sono due intimità a confronto e questa scelta è conseguenza dell’idea alla base di quel lavoro.
In Invisibilmente si parte dalla vita, si tocca l’ambiguo, ci si porta man mano all’esibito, al marcato. Il sottolineato per portare l’attenzione sul normale incomprensibile. Due vite che diventano caricature dentro la costrizione e l’obbedienza. Il protagonismo per forza e nonostante l’evidenza, per mantenere tutto in ordine. L’impegno d’attore è sopratutto nel ritmo, nella relazione con il partner in scena e con il pubblico destinatario di tutte le “esposizioni”; nella tensione della paura da cartone animato, nel mantenersi nel ridicolo.
Credo che per ogni progetto l’attore debba reinventarsi un approccio adatto. Soprattutto credo che non ci siano regole giuste o sbagliate, tutto può essere. La scena poi decide, spietata come è.
La qualità d’improvvisazione durante la costruzione di Semiramis aveva densità e caratteristiche diverse rispetto a quella di Invisibilmente; essa partiva da una grande solitudine e da un contatto con l’intimo che assumeva le caratteristiche di un dialogo. Molto importante è stato l’immaginare, che si è tradotto in diversi stati di presenza, differenti qualità di movimento ed azioni che divengono impianto drammaturgico. Inoltre si è aperta la possibilità “dell’Ambiguo”, confine tra realtà scenica e tempo presente durante una ricerca d’autenticità d’attore.

Immaginare
Ho sempre creduto di poter diventare qualcos’altro, con la sola forza dell’immaginazione diventare qualcun altro. Come nei sogni. Basta immergersi nel profondo del mare per capire che si può respirare anche lì. Cosa ci vuole per saltare tra due grattacieli? Aspettare il momento giusto, visualizzare la distanza da percorrere, concentrare la forza sui muscoli e alzare i piedi da terra. Lo senti nel corpo, dentro lo vedi, stai saltando! E’ possibile. Hai fatto quell’esperienza, è indiscutibile che per te sia avvenuta. E’ un fatto che implica i sensi e la parte emotiva: il tatto, che non tocca ma sente di toccare, la vista interna, che vede oltre quello che c’è, l’udito: i rumori “dentro” che fanno parte del tuo film. Del “Cinema nella tua testa”. Questo “immaginare” diventa azione grazie al teatro e si traduce così nel concreto. Che gioia infinita quando tutto si combina col fare. E’ così facile. E’ un gioco. Libero gioco. Tutto è possibile. Dunque vedere altri attori in diversi ruoli mi ha portato alla realtà, perché davvero io credevo fosse possibile trasformarsi in qualcos’altro tanto da non essere più riconoscibili… Dunque se loro sono sempre loro (attori-persone) io sarò sempre io. Con ostinazione cerco ancora di realizzare questo sogno. Nei momenti migliori la mia fantasia crede ancora che io sia altro, pur sapendo benissimo che ciò non è possibile e che io sia solo io. Ho bisogno di credere a questa possibilità impossibile. Ma comunque il risultato è sempre questo: me. Non è nemmeno volere sfuggire alla realtà e rifugiarsi in un mondo immaginario perché sono sempre nel momento, presente anche quando credo di essere volata via. E’ come esser in più piani contemporaneamente che confluiscono, che vivono nello stesso istante. Significa agire in un luogo ed essere anche “altrove” e in relazione con chi c’è di fronte. Ecco, in Semiramis coincidono questi diversi livelli di vita. Io attrice di fronte a quel dato pubblico in quel dato giorno. Io che compio un percorso conosciuto. Io che viaggio con l’immaginazione e mi trasformo in base a ciò che vivo in un altro piano. E’ un viaggio nel profondo, che avviene con naturalezza, corrispondente ad una immediata concretezza. Quando accade non costa fatica. Tutto ciò che comporta è ben accetto. Cercarlo e ricrearlo invece sì. Non è un atto di volontà. Accade. Mi sembra a volte una questione spirituale, anche se non so se lo sia. Certamente ha a che fare con un pensiero che si può “toccare”, nel senso che è corposo come un vissuto, ma non è un ricordo; viene da più in fondo, ha a che fare con l’intimo, con ciò che nel nucleo profondo sono io. Questo pensiero si traduce immediatamente in concretezza d’agire, sentire, stare, essere. E da dentro è subito fuori e il fuori accaduto influenza il dentro e lo evolve. Ecco, quando avviene mi sento libera, senza pensieri, o meglio: i pensieri sono già qualcos’altro, essenzializzando, sono già respiro.

Lui
Questo nucleo profondo ha a che fare col motivo stesso per cui sono nata (se un motivo esiste) e lo dico così, con leggerezza. Di certo ha forza in sé e mi chiedo: questo nucleo sono io o è qualcos’altro? Mi sembra un elemento altro da me. Lui è autonomo. Io credo sia un fuoco. E’ quello che mi fa sentire inadatta e diversa. Dentro ruggisce e scuote. Lui ha bisogno di fuoriuscire ed io temo di perdere i pezzi che fatico a tenere insieme. Mi sembra inadatto a stare in me. Invoca lo scopo per cui esiste. Deve compiersi ma senza mezzi termini. Mi sento inferiore al compito che mi richiede. Io ci provo. È che non si accontenta. So che se lo deludo non mi lascerà tregua. Nel quotidiano è difficile da gestire… ma non sempre, a volte tace. Sparisce. Ed io sto in me. Quando sproloquia silenzioso e si contorce, io non sto in me. In scena, quando sono ricettiva, quando so farlo parlare ed esprimersi, Lui viene a galla e usa il mio corpo e agisce e io lo lascio agire e cerco le condizioni per farlo rimanere. Quando sparisce senza preavviso ed io resto sola… mi manca disperatamente. Ed ecco che sprofondo e lo devo accettare. Devo imparare a respirare nel fondo del mare dove tutto è nero e si muove lentamente o fermo aspetta che qualcosa faccia fluttuare la sabbia. In quel momento che precede “la lotta” io sento che ogni attore è una specie d’eroe che si pone di fronte ad un pubblico, portando un segno nitido ed inequivocabile: ciò che egli è. Allo stesso tempo gioca e fa finta di essere un altro e tutti lo sanno. Ecco, dico eroe anche se sembra altisonante perché l’attore deve affrontare una prova, c’è qualcosa di più grande da sconfiggere e l’attore è lì, piccolo e fiero. E non ci possono essere scuse, no, non sono permesse; è una cosa che si fa sul serio ed in libertà, scegliendo delle regole e rispettandole; certo si possono sovvertire, ma a rischio e pericolo che sfuggano di mano e nella possibilità continua di ribaltamento.