Work In Process

7 marzo 2013

Nicola Spano Pensieri di cartapesta 13/03/2013

W.I.P.

Intervista a Gianni Farina

Nicola Spano: Hai detto di aver fatto in passato spettacoli più vicini al modello del teatro tradizionale. Puoi dirci cosa ti ha spinto verso il teatro dei Menoventi, che invece vuole guardare e dialogare con lo spettate.

Gianni Farina: In realtà solo il primo lavoro, In festa, non gioca con le cornici della rappresentazione. Già in Semiramis si trovano le basi della ricerca attuale, ma non c’era molta consapevolezza, eravamo più concentrati su altre questioni, ad esempio un lavoro di sovraesposizione dell’attore che ci accompagna ancora adesso. La relazione con lo spettatore è insita nella concezione stessa di teatro, è la peculiarità che contraddistingue quest’arte e forse è l’unica risorsa che la mantiene ancora in vita. Ogni opera teatrale guarda allo spettatore, non potrebbe essere altrimenti, però la nostra ricerca lo rende spesso protagonista dello spettacolo, e questa è una modalità decisamente meno diffusa. Per utilizzare un gioco di parole, l’opera ri-guarda lo spettatore, che diviene il referente principale di ogni accadimento scenico. Ci siamo orientati verso questa direzione perché ci sembrava il miglior modo possibile per scaldare le poltrone della platea, abbiamo bisogno di un riscontro direi “fisico” del nostro operare, necessitiamo di evidenti reazioni alle domande che formuliamo. Non è detto che sia l’unica strada percorribile, già dal prossimo lavoro potremmo investigare altri approcci all’opera.

N. Spano: Nel nostro incontro hai sottolineato come spiegare la vostra poetica non sia semplice e necessiti di tempo. Alla luce di ciò quanto è importante per voi, oltre la messa in scena dello spettacolo, poter parlare del vostro lavoro e del pensiero che gli sta dietro?

G. Farina: Parlare del nostro lavoro mi aiuta a chiarirlo e al contempo mi diverte. Si tratta di un’azione complementare che aiuta noi e il pubblico ad addentrarci più a fondo nella nostra ricerca, ma non la considero necessaria. A parte eventuali casi particolari, non voglio che l’opera perda autonomia, è importante che riesca a stare in piedi da sola, senza dipendere da nient’altro.

N. Spano: Ti sei detto convinto della funzione sociale del teatro. La convinzione di questa funzione positiva deriva anche dall’averla osservata in carne e ossa nei vostri spettatori?

G. Farina: Questo purtroppo non è sempre verificabile. Il nostro lavoro, nel migliore dei casi, può rientrare in un mosaico di opere, incontri, letture e suggestioni che permettono all’individuo di sviluppare uno spirito critico e una differente consapevolezza del proprio ruolo all’interno della società. In ogni caso, anche qualora il nostro tassello di questo mosaico dovesse rivelarsi particolarmente efficace, raramente si potrebbe avere il tempo necessario per un confronto diretto con lo spettatore; le questioni che poniamo sulla scena sono prive di risposta e chiedono un tempo di elaborazione, cosciente o meno, dell’evento a cui si è assistito. Per questo diffido sempre dell’opera che insegna, che spiega, che fornisce rapide soluzioni a problematiche profonde. Comunque sono convinto che una reale efficacia venga raggiunta, magari non sempre con la stessa intensità. Io stesso devo ad altri l’interesse verso i meccanismi cognitivi del reale, il chiodo fisso della percezione del mondo; spero di aver contagiato altri con la mia attività.

N. Spano: Hai raccontato di tanti artisti e autori che vi hanno influenzato e ispirato: Hoffmann, Hofstadter, Lynch, Escher, Magritte ecc. Hai detto che, proprio per questo, il teatro dei Menoventi è per certi aspetti la traduzione d’idee espresse in altre forme d’arte; tra tutte queste forme possibili la scelta del teatro è stata semplicemente un caso, oppure c’è qualcosa che solo in esso  riesci a trovare e ad esprimere?

G. Farina: Una forte componente casuale è sempre presente, in qualsiasi attività, in qualsiasi decisione. Il caso è il mio migliore maestro, lo stimo profondamente e tutti i membri del gruppo sono fortemente debitori nei suoi confronti; non per niente abbiamo sempre chiamato il nostro metodo di lavoro “metodo stocastico”. La mia prima passione è stata la narrativa, seguita dalla musica. Durante l’adolescenza desideravo diventare musicista, poi mi sono reso conto – molto tardi- che semplicemente ho maggiori capacità nell’ambito del teatro, ma non posso dire che “il teatro mi piace di più”. Mi diverte tradurre le opere provenienti da altri ambiti e trasformare in linguaggio scenico ciò che è nato sulla carta, sulla tela, sul pentagramma; si tratta di un processo alchemico, si trasforma la materia conservando l’energia di base, mantenendo inalterati i principi motori dell’originale.