Marco Smacchia

In festa

di Consuelo Battiston, Gianni Farina, Alessandro Miele
con Consuelo battiston, Alessandro Miele
regia Gianni Farina

produzione Menoventi
con il sostegno di Capotrave

Solo di quando in quando,
in certe interminabili sere,
un’occhiata dall’altra parte,
alla finestra illuminata
dove vivono altri,
e la vaga sensazione
di essersi persi qualcosa.ì

H.M.Enzensberger

Manca qualcosa.
Cosa? Non si sa, ma la consapevolezza di questo è già qualcosa, no?
Questa festa è il tentativo, estremo e inconsapevole, di colmare un vuoto; è la ricerca di un semaforo sempreverde; è la soppressione liberatoria di un disagio inesprimibile.
Questa festa è forte e decisa come una stretta di mano, ma qui sorge un dubbio: decisa da chi?
Un cinico Semaforo incombe sulla scena e il Campanello, tremendamente puntuale, eppure tanto gentile, attraverso biglietti di amici cari e bei regali colorati, mantiene l’ordine delle cose con minuzioso interesse.
Gli ospiti tanto attesi sono incompleti, mancanti: a volte entra una mano da stringere, una spalla su cui dare pacche amichevoli, due guance da baciare: l’essenziale. Per loro si compie il rituale della barzelletta, si innalzano torri di biscotti, si sacrificano piatti innocenti.
E quando meno te lo aspetti, dall’ombra, sussurrando, affiorano pensieri, dubbi, ricordi.
Ma tu non te ne avvedi,
Tu dici:
io apro gli occhi e vedo quello che c’è.

GENESI DI UN PROGETTO

Autoprodotto, non commissionato e spontaneo come un rutto, IN FESTA procede lentamente per la sua strada, ignaro dei tempi imposti dal mercato; ancora oggi lo consideriamo strutturato ma aperto.
Questo lavoro, iniziato nell’Agosto 2004, nasce dall’esigenza di esplorare una sensazione non chiara, indefinibile a parole, che si avvicina ma non si esaurisce nel concetto di vuoto.
La messa in scena di tale nebuloso concetto chiedeva a gran voce chiarimenti, esemplificazioni, simboli concreti.
È così che si sono evidenziati alcuni aspetti di questa vaga sensazione di disagio: l’impressione di un controllo esterno sulle nostre azioni; l’impossibilità del cambiamento se non si rompono i legami con la realtà artificiale in cui siamo immersi; il bisogno di profondità, di silenzio, di inazione, di amoralità necessario per percepire l’ombra nascosta delle cose.
Tutto questo non è mai dichiarato o detto esplicitamente. Si avverte chiaramente però, che nella vita delle due figurine al centro della storia, qualcosa non va; che magari si è riso delle strane coincidenze che li perseguitano, ma non c’è proprio niente da ridere; che il calore dei personaggi, in cui forse ci riconosciamo, è generato da una fiamma fredda, freddissima,
a –20°.