illustrazione di di Marco Smacchia

L’uomo della sabbia

Lorenzo Donati Ravenna e dintorni 04/11/2011

Il teatro prima e dopo l’inizio

L’uomo della sabbia alla maniera di Menoventi

Partiamo dagli inizi. Due maschere in attesa che lo spettacolo cominci ci comunicano il sopraggiungere di problemi tecnici. Secondo inizio: un uomo, in giacca e cravatta, emerge dall’oscurità del foyer di un teatro vuoto. Seduti con lui a un tavolino, dobbiamo scegliere se apporre una firma per vedere lo spettacolo, cedendo la nostra anima al diavolo. Terzo: due attori presentano un cortometraggio di Daniele Ciprì che verrà proiettato in sala, raggiungono il cineasta al telefono, gli sottopongono qualche domanda di rito, poi lo salutano in attesa del film. Invisibilmente, Postilla, Perdere la faccia sono opere del gruppo faentino Menoventi, fra i pochissimi in Italia impegnati nel tentativo di spostare dall’interno i confini di quello che definiamo teatro. L’uomo della sabbia è il loro ultimo lavoro, prodotto dallo Stabile regionale ERT, visto al festival Vie e attualmente in replica al Teatro delle Passioni di Modena (fino all’8 novembre). Partiamo dall’inizio. Un uomo elegante, serio ma non affettato, ci accoglie e ringrazia per essere intervenuti alla sua festa. Ci ha radunati per farci conoscere la sua splendida figlia, Olimpia. Sipario. Il teatro è qui, per i Menoventi: in una promessa spaesante che crea desiderio, attesa, frustrazione. Quello che vedremo, da ora in avanti, dipenderà da noi. E noi abbiamo visto Nataniele, protagonista della vicenda, farsi tormentare dai fantasmi dell’infanzia. Abbiamo visto Coppelius, l’uomo della sabbia che incombe sulla vita del protagonista, irrompere nella sua camera, spacciandosi per ottico. Abbiamo visto il professor Spallanzani, il signore dell’inizio, invitare Nataniele al ricevimento preannunciato, poi Nataniele e la fidanzata Clara che attendono ospiti, parlano con un misterioso ragazzo che sembra essersi smarrito mentre mangia una banana. Gradualmente, ci vien fatto di domandarci se anche gli atri spettatori abbiano visto le stesse cose: il testo è una riscrittura dall’omonimo racconto di E. T. A. Hoffman (1815), ma accade che alcuni dialoghi si ripetano in un loop meccanico; accade che una scena venga replicata interamente ma con lievi modifiche, e che un possibile senso si produca grazie alla somma delle ripetizioni; accade che il mefistofelico Coppelius influisca sugli avvenimenti senza che gli altri personaggi lo vedano; accade infine che Olimpia canti una canzone disperata, più e più volte, forse rendendosi conto di avere già vissuto tutto, ma di questa consapevolezza non le rimane che un lineamento di tristezza sul volto. Si potrebbero proporre molte chiavi di lettura per attraversare L’uomo della sabbia: le realtà parallele care alla Sci-Fi, la corrosione linguistica del racconto che fa emergere il teatro nella sua essenza di finzione verissima, l’ipotesi narrativa della follia mentale del protagonista. Ma rischieremmo di volerci rassicurare e di rinchiudere il flusso di questa straordinaria e perturbante polisemia. Meglio partire dagli inizi: grazie a lei, Spallanzani, e ci scusi per non aver capito che la festa era già iniziata, da sempre.