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TABARIN CITADIN

Laura Gemini L'incertezza creativa 25/07/2012

Il Tabarin perturbante di Menoventi

Diario di una serata bella e sinistra

Se agli inizi del novecento il Tabarin era un locale adibito sia alle rappresentazioni sia al ballo degli spettatori – con un piccolo palco con ribalta e pista – diventato poi il sinonimo di dancing, night club o balera da noi fino a connotare un cabaret di basso livello, allora Menoventi con il suo Tabarin Citadin – la sera del 21 luglio al Dancing Tre Stelle nell’ambito del Festival di Santarcangelo – ha fatto centro.

Accolto all’entrata da attori/cassieri che decidevano quanto far pagare a ciascuno, il pubblico si ritrovava poi ad affrontare subito un altro spaesamento entrando sì nell’ambiente del dancing – buio con i divanetti, il bar, il palchetto… – ma dovendo anche attraversare un corridoio delimitato da dei nastri, e decidere di superarli, per sedersi sulle sedie distribuite nella pista/platea per seguire, di lì a poco quello che sarebbe stato il cabaret più sfasciato (uso la definizione di Consuelo Battiston) e inquietante che potessimo aspettarci.

Dalla presentatrice costretta a bere (Rita Felicetti), e che sul finale verrà presa a sputi dalla “collega” (Chiara Verzola) che ha interrotto con proposte improbabili l’andamento della serata (tipo: giocare a uno/due/tre stella, raccogliere soldi tipo questua, ecc.), fino alla serie di sketch che ha visto avvicendarsi i dialoghi cinici di Quotidiana.com, la performance paradossale di un pugile che si dà i pugli da solo (Mauro Stagi), gli insulti al pubblico di un gruppo di fantasmi (Kinkaleri), la follia surreale e intrigantissima di Astorri e Tintinelli. Il tutto in un sottofondo musicale di Vokodo altrettanto potente e straniante.

In un’atmosfera velatamente lynchiana un certo senso di paura, una specie di sentimento sinistro, ci si trovava a provare una strana mistura di tranquillità (verso una situazione che si sapeva di conoscere) e fastidio (verso qualcosa che però non si riconosceva del tutto), o meglio di quell’insieme di familiare ed estraneo che caratterizza il perturbante ossia quel particolare sentimento di spaesamento analizzato da Freud grazie soprattutto all’opera di Hoffman, L’uomo della sabbia.

E così pare naturale ritornare a L’uomo della sabbia. Capriccio alla maniera di Hoffman (da leggere qui e qui), cioè al lavoro teatrale di Menoventi in programma al Festival (per l’appunto ispirato all’opera che ha ispirato il saggio sul perturbante) e chiudere lo “strano anello” che fa da linea guida per la poetica cibernetica di Gianni Farina e compagni.