Marco Smacchia

Perdere la faccia

Graziano Graziani Stati d'eccezione 13/01/2012

Il potere della menzogna

Perdere la faccia di Menoventi

Il teatro incontra il cinema. Ovvero i Menoventi, giovane compagnia di Faenza tra le più interessanti del panorama di ricerca, incontrano Daniele Ciprì, cineasta geniale e anticonformista. Il risultato è un’opera, “Perdere la faccia” – di recente presentata all’Angelo Mai di Roma – piuttosto fuori dal comune, ma assolutamente in linea con la ricerca di questa compagnia, che attraverso registri diversi ha indagato il meccanismo della finzione e dell’illusione. “Perdere la faccia” è un congegno ad effetto che preferiamo non svelare, ma non si farà torto a chi legge se si omette la trama di quest’opera, perché il vero fulcro che essa pone allattenzione degli spettatori – un pubblico finalmente che ibrida i mondi del cinema e del teatro – è in fondo altrove. I Menoventi – ovveri Gianni Farina, Consuelo Battiston e Alessandro Miele – lo espicitano già nella presentazione che precede l’opera, che definiscono “un’occasione irripetibile” questo incontro artistico con Ciprì. Ma le parole e i particolari, come è tradizione di questa compagnia, non sono mai scelte a caso. Perché in realtà il cinema – e forse non solo quello – è piuttosto il contrario, l’emblema della ripetibilità, o della riproducibilità per usare un termine caro a Walter Benjamin. E questa riproducibilità, che secondo il filosofo berlinese è alla base della perdita di aurea dell’opera d’arte, è proprio uno dei temi portanti di “Perdere la faccia”, che nella reiterazione trova la chiave ironica per smontare il meccanismo dell’”evento irripetibile”, che è oggi l’unico format con cui ci viene proposto il gesto artistico: qualcosa a cui non si può rinunciare, perché non si ripeterà. Eppure, tra tutti i format, è quello più mendace, il più compromesso con la logica di un potere che in questi anni ha progressivamente sostituito la “politica” con la “direzione artistica”: quella degli assessori che programmano al posto degli operatori – come ha rilevato in un recente articolo Piergiorgio Giacché – e quella del grande imbonitore televisivo che si mette a capo di una nazione, con la cui eredità dovremo fare i conti per molto tempo ancora.
Con la complicità di un regista del grottesco come Daniele Ciprì, i Menoventi (assieme all’attrice Rita Felicetti) affrontano poi l’altro tema portante, che è la menzogna. Confessare è mentire, perché non si può confessare ciò che si è appunto perché lo si è. Questa la frase, letta da Consuelo, che ha ispirato e guidato il lavoro di Menoventi: una frase, a detta degli attori, letta su un bigliettino caduto a una sconosciuta in bar, da cui è nata la scintilla dell’ispirazione. Un “fake”? Vera o falsa che sia la storia, è questa ad innescare il meccanismo che, dall’ironico passa al grottesco per finire in una spirale ossessiva, in un’atmosfera lynciana dove la decostruzione si fa strumento potente di rivelazione. Perché la “menzogna” (o la finzione), a teatro come nel cinema, è alla base del patto comunicativo che si crea con lo spettatore, che sceglie di farsi “ingannare” per poter capire. Ma è proprio qui lo scarto “politico” che oggi può risiedere nel gesto artistico: la menzogna, come atto condiviso, come procedimento di decostruzione, propone una finzione che si traduce in un momento di conoscenza; quando invece – come nei reality televisivi – essa simula una realtà che, si passi il gioco, in realtà non esiste, allora il gesto della finzione si schiera dalla parte della mistificazione. E’ questo che ci racconta la complicità tra Daniele Ciprì e la compagnia di Faenza, con un’immagine potente in grado di mettere sulla piazza, esplicito, il carnevale della mistificazione, la grande festa della menzogna.
Un’opera potente e ispirata, questo “Perdere la faccia”, che conferma la grande intelligenza creativa di Menoventi, tra i nomi più interessanti della scena di questi anni.