illustrazione di di Marco Smacchia

L’uomo della sabbia

Alessandro Fogli Corriere di Romagna 15/11/2011

“L’uomo della sabbia”

Un congegno drammaturgico di strepitosa complessità

Ci sono spettacoli che una volta visti e assorbiti sono destinati a raccogliere valutazioni che valicano la normale soglia del giudizio, arrivando a occupare una zona che per altri è semplicemente irraggiungibile. È la zona destinata a ciò che col tempo diventerà un classico, un’opera per antonomasia, un titolo che inevitabilmente, prima o poi, si cita per mettere subito tutti d’accordo. L’uomo della sabbia della compagnia faentina Menoventi – visto al teatro delle Passioni di Modena, dopo il suo debutto di un mese fa sempre a Modena, in ambito Festival Vie – non somiglia a nient’altro, non copia nient’altro, d’ora in poi o lo si plagia o lo si cita. Il titolo è, sì, quello del romanzo di Ernst Theodor Hoffmann del 1815 – un racconto complesso, che affronta soprattutto il tema dell’ambiguità e, tratto tipicamente romantico, indaga l’immaginario dell’automa – ma lo spettacolo dei Menoventi non ne segue la diegesi narrativa (anzi la collassa, la frantuma, ne sparge i pezzi al vento e li ricompone su di uno specchio infranto) preferendo appropriarsi più che altro di sottotesti, atmosfere, meccanismi di distorsione, il tutto volto ad annientare chirurgicamente qualsiasi parvenza di struttura canonica. Quello però che appare come un labirinto escheriano – nel quale si aggira un disilluso demiurgo – finisce per rivelarsi un congegno drammaturgico di strepitosa complessità, un gioco teatrale totale composto da blocchi anomali, che scorrono in tutte le direzioni, temporali e spaziali, finché l’impalcatura stessa dello spettacolo diventa metafora della condizione dei suoi personaggi. Come per loro, una visione normale delle cose ci è negata. E per entrare più in profondità nei meandri de L’uomo della sabbia ci siamo rivolti, prima della partenza della compagnia per la tournée francese, al regista dei Menoventi, Gianni Farina.

Perché la scelta di Hoffmann? Il meccanismo drammaturgico messo in atto poteva funzionare praticamente con qualsiasi altro testo.
«In effetti all’inizio si pensava ad altri autori, pur essendo già orientati verso una determinata indagine drammaturgica che ritroviamo come asse portante in questo lavoro. In seguito però abbiamo trovato in Hoffmann un contenitore perfettamente aderente alle nostre forme. Ci sono ovviamente le differenze date dal diverso mezzo espressivo, Hoffmann gioca e si prende gioco dei propri strumenti – quelli della scrittura – e noi di quelli del teatro, ma la sostanza è la medesima. Il punto centrale di questo percorso è lo smottamento della cornice “rappresentazione” prodotto da continui mutamenti del contratto scenico e del contesto in cui è inserito lo spettatore. I repentini e molteplici mutamenti di prospettiva con cui Hoffmann crea i suoi labirinti, le sue impossibili figure bidimensionali, donano alla narrazione il potere dell’instabilità, creano un vortice che centrifuga ogni inquadratura per fondere le figure in una sostanza incorporea priva di prospettiva, priva di ogni contesto; attraverso un abuso di cornici si arriva alla rottura del quadro generale. Il continuo richiamo agli strumenti ottici presente nel racconto originale ha suggerito il modo per coniugare gli sfasamenti temporali con il gioco delle inquadrature; ha suggerito in poche parole il montaggio caotico di una realtà frantumata dai sipari. Tutto questo per Hoffmann ha un nome: principio Serapiontico. Si tratta di una visione scomposta del mondo, in cui le immagini del mondo esterno, “diurno”, si fondono indissolubilmente con le immagini interiori e “notturne”. Questa sovrapposizione di immagini crea una prospettiva così multiforme e fantastica da essere probabilmente la percezione meno approssimativa della complessa e sfuggente realtà».

Questo spettacolo può essere considerato la summa, la fine del lavoro dei Menoventi sulla scomposizione degli strumenti teatrali (attori, testi, rapporto col pubblico, qui anche scenografie)? Ora cosa pensate di fare? Insomma, avete davvero sparigliato le carte in tutti i modi, e adesso?
«Adesso davvero non lo sappiamo. Io credo che ci sia ancora molto da esplorare nella destrutturazione dei meccanismi della rappresentazione, negli scarti contestuali e forse anche in Hoffmann stesso. Ma è presto per dirlo, veniamo da due debutti nell’arco di tre mesi e ci sentiamo un po’ svuotati. Ci sono invece una serie di attività formative che stiamo organizzando; da un po’ di tempo sentiamo questa esigenza e finalmente a Faenza prenderà il via Meme, un laboratorio aperto a tutti con cadenza settimanale, da dicembre a maggio. Stanno prendendo corpo anche altri progetti legati al territorio, ma è ancora presto per parlarne».