tolja djokovic - uomo della sabbia by arianna lodeserto

Arianna Lodeserto

Galleria fotografica dedicata alle produzioni di Menoventi
Foto e Presentazioni di Arianna Lodeserto

L’UOMO DELLA SABBIA. Capriccio alla maniera di Hoffmann
Teatro Dadà, Castelfranco Emilia / ottobre 2011 / color digital photos

Alla nascita del cinema, si è pensato che il nuovo dispositivo fosse l’unico in grado di scardinare le più solide categorie teatrali: l’unicità della scena, l’omogeneità dello spazio, la consequenzialità delle azioni, la voce dal timbro umano che sostiene “dal vivo” il racconto e unisce le sue parti. In alcuni capricci contemporanei la scena teatrale pare tuttavia sdoppiarsi naturalmente: le inquadrature dell’Uomo della sabbia si moltiplicano in infinite sovrapposizioni senza l’ausilio di effetti speciali e software di montaggio. L’azione non è unica, fosse anche la stessa ogni sera: si ribalta, si guarda allo specchio, si allontana da sé per poi rincorrersi di nuovo, si scinde in voci assenti e corpi reali. La continua scomposizione e ricomposizione di ogni gesto scenico fornisce ottiche nuove per miopi e astigmatici, adatte sia a sfogliare il sipario dietro il sipario che a tuffarsi nella ribalta.
Der Sandmann affascina, ma non può saziare i Menoventi, che dunque ricorrono ad altre visioni ed altre letture (cinema, filosofia, pittura, letteratura, matematica e musica) e non temono di farle proprie in strategia inattesa, di sottoporre costumi d’altri tempi a ipotesi nuove. Capita, in base a tali ipotesi, che l’effetto preceda la sua causa, che ci si scordi da dove si è arrivati e che il dialogo echeggi in assenza dell’attore, il quale resta incredulo, turbato dalle sue stesse parole.
La sindrome dell’automa non colpisce soltanto la bambola più bella, o la più malinconica. Se in Hoffmann il marchingegno deve rivelarsi per consegnare i personaggi al loro destino, qui non è concesso abbandonare il treno in corsa. La decomposizione dei pezzi non produce né l’incanto struggente della perdita, né l’illusione di poter fare a meno degli automi rotti e andare avanti con quelli sani. L’intera macchina teatrale è chiamata in causa, senza uscite di sicurezza: l’attore e il personaggio, il pubblico e l’intruso, il palco e la platea. Anche un estraneo può imparare la sua parte, con voce così meccanica, così umana.

SEMIRAMIS, MICROMIMICHE DEL POTERE
Teatro Rialto Sant’Ambrogio, Roma / 22-11-2008 / color digital photos

Semiramis è un’opera dei Menoventi liberamente ispirata a La hija del aire di Calderòn de la Barca, alle intuizioni di Enzensberger, Dürrenmatt e Girard e alla gestualità del cinema espressionista tedesco. A detta del regista Gianni Farina, il testo in questione colpisce lo spettatore perché non mostra “la segregazione ovvia di chi il potere lo subisce, ma quella cui è sottoposto chi lo detiene”, chi ne vive i quotidiani eccessi fino a morirne. Quel quintuplo di nome Semiramis è una “fiera razionale” i cui sensi sono amministrati dalla condizione d’isolamento, al punto da vedere nello specchio una via di fuga e udire le voci degli altri nel suo stesso eco.

Una dialettica inquieta ma fertile coinvolge il corpo di Semiramis durante l’insolito dialogo intrattenuto con il pubblico della sala minuta. La segregazione delle forze e la necessità famelica di escogitare un linguaggio possibile si traducono nei virtuosismi di una micro-mimica impaziente, restituita nei primi piani dell’attrice Consuelo Battiston. Accanto alle vertigini del volto e alle mutazioni improvvise del genere, i Menoventi innestano nella pièce un altro efficace binario espressivo: le mattonelle candide delle pareti tra cui esplode Semiramis diventano superficie d’iscrizione della violenza imposta e immediatamente subita, mentre rossetto, gel e mascara compongono le maschere labili dell’eresia del potere.